Edizione
2026
Scheda nazionale nell'edizione
Primo turno
Canada, Messico e Stati Uniti 2026 · 08/06/2026 - 19/07/2026
Edizione
2026
Esito
Primo turno
Partite
3
Giocatori
26
Staff
0
Racconto
Pagina editoriale dedicata al percorso di questa squadra nel torneo.
Il Mondiale dell'Arabia Saudita è stato uno dei tornei più simbolici della fase a gironi. Non perché la squadra abbia sorpreso, ma per il motivo opposto: perché ha ricordato quanto sia difficile trasformare un progetto calcistico enorme in una nazionale davvero competitiva.
La Saudi Pro League aveva già cambiato il mercato internazionale portando nel Paese stelle, attenzione mediatica, investimenti, infrastrutture e una nuova centralità politica nel calcio mondiale. L'Arabia Saudita era anche il Paese destinato a organizzare il Mondiale 2034, quindi questa partecipazione aveva un peso superiore a quello di una normale fase finale. Non era solo il torneo dei Green Falcons. Era un test pubblico, davanti al mondo, sul livello reale del calcio saudita.
Il campo ha risposto in modo duro. La nazionale è uscita al primo turno per la sesta volta consecutiva, senza vincere una partita e segnando un solo gol. Ha cominciato con un pareggio incoraggiante contro l'Uruguay, è stata travolta dalla Spagna e ha chiuso con uno 0-0 contro Capo Verde nella gara che doveva vincere. Più che una sconfitta isolata, è stata una diagnosi: tanto movimento attorno al calcio saudita, ma ancora poca capacità di incidere dove conta davvero.
La prima partita contro l'Uruguay aveva creato un clima diverso. L'Arabia Saudita era partita da sfavorita, contro una nazionale storica, fisica, piena di giocatori abituati al calcio europeo di alto livello. Eppure, per lunghi tratti, era riuscita a restare dentro la gara con attenzione, ordine e una buona dose di coraggio.
Il vantaggio saudita aveva acceso il torneo. Abdulelah Al-Amri era stato il più rapido ad approfittare di un errore del portiere uruguaiano su una situazione da palla inattiva, trasformando un dettaglio in una possibilità enorme. Non era una rete costruita con dominio tecnico, ma era il tipo di gol che in un Mondiale può cambiare il destino di una squadra: sporco, pesante, utile.
L'Uruguay ha poi pareggiato nella ripresa, anche in quel caso grazie a un errore del portiere avversario, ma il punto iniziale aveva comunque un valore importante. Dopo il pareggio tra Spagna e Capo Verde, il gruppo sembrava apertissimo. Tutte le squadre erano ancora dentro, nessuna aveva preso il largo e l'Arabia Saudita poteva pensare di avere davvero una strada.
Col senno di poi, quella partita ha avuto un doppio significato. Ha mostrato che i sauditi potevano competere se il piano restava difensivamente ordinato e se gli episodi giravano nel modo giusto. Ma ha anche nascosto alcuni problemi che sarebbero emersi subito dopo: poca produzione offensiva pulita, difficoltà a costruire occasioni senza errori avversari, dipendenza dalle palle inattive e un margine tecnico molto sottile.
Il pareggio con l'Uruguay non era falso. Però era fragile.
La seconda partita ha cambiato completamente il tono del torneo. Contro la Spagna, l'Arabia Saudita non è mai sembrata davvero vicina al livello richiesto. La squadra europea ha alzato il ritmo, ha controllato il pallone, ha trovato spazi e ha trasformato la partita in una dimostrazione di superiorità tecnica.
Il ritorno di Lamine Yamal ha dato alla Spagna una scossa immediata. La qualità tra le linee, la velocità delle combinazioni e la precisione nell'attaccare l'area hanno messo a nudo tutti i limiti sauditi. Mikel Oyarzabal ha firmato una delle prestazioni decisive della partita, partecipando ai gol e dando alla Spagna quella concretezza che all'Arabia Saudita sarebbe mancata per tutto il torneo.
Quella sconfitta non è stata solo pesante nel punteggio. È stata pesante perché ha spezzato l'equilibrio emotivo nato dalla prima giornata. Dopo il pareggio con l'Uruguay, la nazionale saudita poteva raccontarsi come una squadra organizzata, difficile da battere, pronta a giocarsi la qualificazione fino all'ultimo. Dopo la Spagna, il racconto era molto meno rassicurante: appena il livello tecnico si alzava, la squadra faticava a uscire dalla propria metà campo e non riusciva a difendere abbastanza a lungo.
Il dato più preoccupante era la mancanza di reazione offensiva. Una squadra può perdere contro la Spagna, anche nettamente. Ma in un torneo breve deve comunque dare segnali: un'occasione costruita bene, una pressione alta riuscita, una ripartenza pericolosa, una fase in cui costringe l'avversario a preoccuparsi. L'Arabia Saudita ha avuto troppo poco di tutto questo.
Dentro il crollo del girone c'è anche il tema della guida tecnica. Georgios Donis era arrivato poco prima del torneo, dopo la sostituzione di Hervé Renard. Alla vigilia della gara decisiva con Capo Verde aveva descritto la squadra come un lavoro ancora in corso, spiegando di aver avuto pochissimo tempo e appena una manciata di partite per dare forma al gruppo.
È una spiegazione reale, ma non basta a proteggere il giudizio. Un Mondiale non aspetta nessuno. Se cambi allenatore a ridosso della fase finale, scegli implicitamente di vivere dentro l'emergenza. Può funzionare se il gruppo ha automatismi forti e una leadership interna stabile; diventa molto più complicato se la squadra ha già fragilità tecniche e offensive.
Donis ha provato a dare ordine, a tenere un blocco compatto, a non trasformare la nazionale in una squadra slegata. Contro l'Uruguay il piano aveva retto abbastanza. Contro la Spagna si era visto il limite. Contro Capo Verde sarebbe servito qualcosa di diverso: non solo resistere, ma comandare, produrre, aprire una difesa, trovare un gol.
Ed è proprio lì che la squadra si è fermata.
L'ultima gara contro Capo Verde era semplice da leggere e difficilissima da giocare. L'Arabia Saudita doveva vincere. Non serviva un capolavoro estetico, non serviva dominare per novanta minuti, non serviva dimostrare di essere diventata improvvisamente una grande squadra. Serviva un gol in più dell'avversario.
Capo Verde, però, era la rivelazione del girone. Una debuttante solo sulla carta, perché nelle prime due partite aveva già dimostrato organizzazione, personalità e una straordinaria capacità di restare dentro gare più grandi di lei. Sapeva difendere, sapeva soffrire e soprattutto sapeva trasformare il tempo in alleato. Più passavano i minuti, più lo 0-0 diventava un risultato utile per gli africani e una trappola per i sauditi.
L'Arabia Saudita ha avuto il pallone, ha cercato spazi, ha provato ad alzare il ritmo, ma non ha mai trovato davvero la chiave. Il problema non era solo sbagliare l'ultima scelta; era arrivare all'ultima scelta con poca pulizia. Troppi attacchi finivano in cross prevedibili, conclusioni sporche, palle perse o azioni che sembravano promettenti fino al limite dell'area e poi si spegnevano.
La partita è diventata il riassunto del torneo: per passare il turno serviva attaccare, ma l'Arabia Saudita non aveva abbastanza strumenti offensivi per farlo con continuità. Capo Verde ha resistito, ha preso il punto che cercava e ha trasformato la sua prima partecipazione mondiale in una qualificazione storica. I sauditi, invece, sono rimasti davanti a una porta chiusa, con la sensazione di aver avuto l'occasione più accessibile e di non averla nemmeno forzata fino in fondo.
La stampa saudita ha insistito su un punto molto concreto: l'assenza di un attaccante capace di trasformare il lavoro della squadra in gol. È un tema tecnico, ma anche sistemico. Il campionato saudita è cresciuto enormemente in visibilità e livello internazionale, ma proprio l'arrivo di tanti attaccanti stranieri ha ridotto lo spazio competitivo per le punte locali. Nel lungo periodo, questa cosa arriva in nazionale.
L'Arabia Saudita aveva giocatori di qualità sulle corsie, elementi dinamici a centrocampo, difensori capaci di reggere fisicamente, ma davanti mancava il giocatore in grado di cambiare il peso specifico di una partita. Contro l'Uruguay il gol è arrivato da un difensore e da un episodio. Contro la Spagna non è arrivato nulla. Contro Capo Verde, quando serviva il colpo dell'attaccante, il colpo non c'è stato.
Questo è il nodo più importante del torneo. Non basta investire nel calcio se poi la nazionale non produce ruoli decisivi. Una squadra può organizzarsi, può difendere, può correre, può anche strappare un pareggio prestigioso. Ma se non ha qualcuno che finalizza, il margine resta troppo basso. Ogni partita diventa una fatica enorme, ogni svantaggio sembra una montagna, ogni difesa chiusa diventa un muro.
La sterilità offensiva non è stata un incidente. È stata il tema centrale.
La sconfitta sportiva ha avuto subito una conseguenza istituzionale. Yasser Al-Misehal, presidente della federazione saudita, si è dimesso assumendosi la responsabilità dell'eliminazione. È un gesto che racconta quanto questa uscita dal Mondiale sia stata letta come qualcosa di più di un risultato negativo.
L'Arabia Saudita non è una nazionale qualsiasi nel calcio del 2026. È il Paese che ha investito cifre enormi per portare campioni nel proprio campionato, che ha conquistato una posizione centrale nel mercato globale e che ospiterà il Mondiale 2034. Ogni partita della nazionale viene quindi letta dentro un progetto più ampio: crescita interna, immagine internazionale, credibilità sportiva, capacità di far maturare giocatori locali.
Il problema è che il campo ha separato nettamente il progetto dalla squadra. La Saudi Pro League può attirare stelle e attenzione, ma la nazionale resta un altro discorso. Serve una filiera, serve minutaggio per i giocatori sauditi, serve qualità negli ultimi metri, serve abitudine a giocare partite in cui non basta il contesto favorevole. Il Mondiale ha mostrato che la distanza tra ambizione e prestazione è ancora ampia.
La dimissione di Al-Misehal ha reso ufficiale ciò che il torneo aveva già detto sul campo: questa eliminazione non poteva essere archiviata come una normale delusione.
Il dato storico è severo. L'Arabia Saudita continua a inseguire il ricordo del 1994, l'unica volta in cui era riuscita a superare la fase a gironi. Da allora, ogni partecipazione mondiale si è chiusa troppo presto. Nel 2026 il fastidio è ancora maggiore perché il torneo allargato offriva più margini e perché il girone, pur complicato, non era impossibile.
La Spagna era superiore e lo ha dimostrato. L'Uruguay aveva più storia e più nomi, ma non ha mai davvero convinto. Capo Verde era una favola, ma anche una squadra alla prima partecipazione. L'Arabia Saudita non era obbligata a passare, ma aveva abbastanza motivi per credere di potersela giocare meglio.
Invece ha finito sotto Capo Verde e senza una vittoria. Questo è il punto che resta. Non l'eliminazione in sé, ma la distanza tra ciò che il contesto prometteva e ciò che il campo ha restituito. Il Mondiale del 2026 doveva essere una tappa di avvicinamento alla grande centralità del 2034. Si è trasformato in un richiamo severo: organizzare, investire e attrarre campioni non significa automaticamente costruire una nazionale capace di incidere.
Il torneo dell'Arabia Saudita lascia una lezione chiara e poco comoda. La nazionale non può vivere solo sull'energia del progetto esterno. Deve costruire un'identità propria, più autonoma, meno dipendente dagli episodi e più efficace negli ultimi metri.
Il pareggio con l'Uruguay ha mostrato che la squadra può restare competitiva quando difende con ordine e sfrutta le palle inattive. La sconfitta con la Spagna ha mostrato quanto sia ancora vulnerabile contro avversari tecnicamente superiori. Lo 0-0 con Capo Verde ha chiarito il problema decisivo: quando deve vincere, fatica a creare abbastanza.
È da lì che bisogna ripartire. Non dalle grandi parole sul futuro, ma da domande molto pratiche: chi segna? Chi gioca da centravanti? Quanto spazio hanno gli attaccanti sauditi nei club? Quale identità tecnica deve avere la nazionale? Il cambio di allenatore a poche settimane dal torneo è stato un sintomo o una causa? E quanto del progetto 2034 sta davvero migliorando la base locale?
Il Mondiale dell'Arabia Saudita non sarà ricordato per una grande partita, ma per un contrasto: fuori dal campo un Paese al centro del calcio mondiale, dentro il campo una squadra incapace di vincere quando bastava una vittoria per cambiare tutto.
Partite
Le partite giocate da Arabia Saudita a Canada, Messico e Stati Uniti 2026, suddivise per fase.
Fase a gironi
| # | Nazionale | Pt | G | V | N | P | GF | GS | DR |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 | 7 | 3 | 2 | 1 | 0 | 5 | 0 | 5 | |
| 2 | 3 | 3 | 0 | 3 | 0 | 2 | 2 | 0 | |
| 3 | 2 | 3 | 0 | 2 | 1 | 3 | 4 | -1 | |
| 4 | 2 | 3 | 0 | 2 | 1 | 1 | 5 | -4 |
Posizione 1
SpagnaPosizione 2
Capo VerdePosizione 3
UruguayPosizione 4
Arabia SauditaRosa
La rosa associata a questa nazionale nell'edizione selezionata.
| # | Giocatore | Età | Ruolo | Club |
|---|---|---|---|---|
| — |
Al-Aqidi Nawaf
|
26 | Portiere | Al Nassr FC (KSA) |
| — |
Ali Majrashi
|
26 | Difensore | Al Ahli FC (KSA) |
| — |
Ali Lajami
|
30 | Difensore | Al Hilal SC (KSA) |
| — |
Al-Amri Abdulelah
|
29 | Difensore | Al Nassr FC (KSA) |
| — |
Al-Tambakti Hassan
|
27 | Difensore | Al Hilal SC (KSA) |
| — |
Al-Dawsari Nasser
|
27 | Centrocampista | Al Hilal SC (KSA) |
| — |
Musab Aljuwayr
|
22 | Centrocampista | Al Qadsiah FC (KSA) |
| — |
Aiman Yahya
|
25 | Attaccante | Al Nassr FC (KSA) |
| — |
Feras Albrikan
|
26 | Attaccante | Al Ahli FC (KSA) |
| — |
Al-Dawsari Salem
|
34 | Attaccante | Al Hilal SC (KSA) |
| — |
Al-Shehri Saleh
|
32 | Attaccante | Al Ittihad (KSA) |
| — |
Abdulhamid Saud
|
26 | Difensore | RC Lens (FRA) |
| — |
Nawaf Bu Washl
|
26 | Difensore | Al Nassr FC (KSA) |
| — |
Hassan Kadish
|
33 | Difensore | Al Ittihad (KSA) |
| — |
Al-Khaibari Abdullah
|
29 | Centrocampista | Al Nassr FC (KSA) |
| — |
Ziyad Aljohani
|
24 | Centrocampista | Al Ahli FC (KSA) |
| — |
Khalid Alghannam
|
25 | Attaccante | Al Ettifaq FC (KSA) |
| — |
Ala Alhajji
|
30 | Centrocampista | Neom SC (KSA) |
| — |
Abdullah Alhamddan
|
26 | Attaccante | Al Nassr FC (KSA) |
| — |
Sultan Mandash
|
31 | Attaccante | Al Hilal SC (KSA) |
| — |
Al-Owais Mohammed
|
34 | Portiere | Al Ula Saudi FC (KSA) |
| — |
Ahmed Alkassar
|
35 | Portiere | Al Qadsiah FC (KSA) |
| — |
Kanno Mohamed
|
31 | Centrocampista | Al Hilal SC (KSA) |
| — |
Moteb Alharbi
|
26 | Difensore | Al Hilal SC (KSA) |
| — |
Jehad Thikri
|
24 | Difensore | Al Qadsiah FC (KSA) |
| — |
Mohammed Abu Alshamat
|
23 | Difensore | Al Qadsiah FC (KSA) |
#— · Portiere
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Attaccante
#— · Attaccante
#— · Attaccante
#— · Attaccante
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Attaccante
#— · Centrocampista
#— · Attaccante
#— · Attaccante
#— · Portiere
#— · Portiere
#— · Centrocampista
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Difensore