Edizione
2026
Scheda nazionale nell'edizione
Primo turno
Canada, Messico e Stati Uniti 2026 · 08/06/2026 - 19/07/2026
Edizione
2026
Esito
Primo turno
Partite
3
Giocatori
26
Staff
0
Racconto
Pagina editoriale dedicata al percorso di questa squadra nel torneo.
Il Mondiale dell'Iran non può essere raccontato come un normale torneo chiuso al terzo posto. Sarebbe un errore tecnico, ma soprattutto narrativo. Team Melli non è stata soltanto una nazionale eliminata nella classifica delle migliori terze; è stata una squadra arrivata alla Coppa del Mondo dentro una pressione politica, logistica e simbolica che nessun'altra nazionale del torneo ha vissuto con la stessa intensità.
Fino alle settimane precedenti l'inizio, non era nemmeno scontato che l'Iran giocasse davvero. La guerra con il blocco USA-Israele, le dichiarazioni del governo iraniano, la richiesta di spostare le partite fuori dagli Stati Uniti, le tensioni sui visti, la presenza o meno di membri della delegazione e le garanzie richieste a FIFA avevano trasformato la partecipazione iraniana in un caso internazionale prima ancora che sportivo. Non era semplicemente una nazionale in preparazione. Era un dossier diplomatico con una maglia da calcio addosso.
Poi l'Iran ha giocato. Ma lo ha fatto in condizioni anomale: base in Messico, spostamenti continui verso gli Stati Uniti, ingressi e uscite contingentati, personale federale e logistico non sempre ammesso, viaggi stancanti, preparazione spezzata. E ogni volta che la squadra entrava in campo, il calcio veniva risucchiato da un altro rumore: quello degli iraniani sugli spalti che fischiavano l'inno della Repubblica Islamica, spesso accanto ad altri tifosi che invece cantavano, applaudivano o sostenevano la squadra.
In mezzo c'erano i giocatori. Non eroi puri, non complici da giudicare con leggerezza, non semplici atleti isolati dal mondo. Erano uomini costretti a muoversi dentro una scelta impossibile: rappresentare una nazionale amata, ma sotto i simboli di un regime contestato da una parte enorme della diaspora. Cantare l'inno, non cantarlo, abbassare lo sguardo, restare immobili, esultare, parlare, tacere: ogni gesto poteva diventare politico.
Alla fine, l'Iran è uscito imbattuto. Tre partite, tre pareggi, tre punti. Terzo nel Gruppo G, fuori solo nella graduatoria delle migliori terze. Ma quel dato, da solo, non basta. Perché il Mondiale iraniano è stato la storia di una squadra che ha resistito a tutto, ma non ha mai trovato il gesto che serviva per liberarsi davvero.
La particolarità del torneo iraniano nasce molto prima del calcio d'inizio contro la Nuova Zelanda. A marzo, dopo l'escalation militare e gli attacchi statunitensi e israeliani, la partecipazione dell'Iran al Mondiale era diventata un problema politico aperto. Il ministro dello sport iraniano aveva parlato in termini durissimi, arrivando a escludere la possibilità di giocare in un torneo co-ospitato dagli Stati Uniti.
Da quel momento, la strada verso il Mondiale non è stata una normale preparazione. L'Iran ha chiesto garanzie, ha negoziato, ha protestato, ha provato a spostare le proprie partite dagli Stati Uniti al Messico. FIFA ha respinto la richiesta di ricollocare le gare, e la squadra si è trovata davanti a una scelta scomoda: partecipare comunque, oppure trasformare il Mondiale in un gesto politico di rottura.
Ha scelto di giocare, ma non dentro condizioni normali. La base inizialmente prevista in Arizona è stata abbandonata. La nazionale si è sistemata a Tijuana, appena oltre il confine, in Messico. Una soluzione geografica apparentemente pratica, ma sportivamente pesante: allenarsi in un Paese, giocare in un altro, attraversare frontiere, adattarsi a permessi, tempi, controlli e spostamenti continui.
In un Mondiale normale, una nazionale lavora sui dettagli: recupero, sonno, routine, alimentazione, campi di allenamento, video, tranquillità. L'Iran ha dovuto lavorare anche su altro: chi poteva entrare negli Stati Uniti, quando, con quali documenti, per quanto tempo, con quale staff, con quale margine di preparazione. Non sono questioni laterali. In un torneo deciso spesso da episodi, la logistica diventa parte del risultato.
Quando Mehdi Taremi e Amir Ghalenoei hanno parlato di trattamento ingiusto e di torneo disastroso dal punto di vista organizzativo, non stavano solo cercando una scusa. Stavano descrivendo una realtà: l'Iran ha giocato il Mondiale con la valigia sempre pronta.
Dire che l'Iran aveva la base in Messico non basta. Per molte nazionali, la base è un luogo di controllo: il posto in cui ci si chiude, ci si allena, si gestiscono le tensioni e si protegge il gruppo. Per l'Iran, Tijuana è diventata una specie di compromesso permanente. Non era il centro sereno del torneo, ma il segno visibile di un Mondiale vissuto ai margini del Paese che ospitava le sue partite.
Ogni spostamento portava con sé un messaggio implicito: voi giocate qui, ma non siete del tutto benvenuti. È questo che Taremi ha lasciato intendere con le sue parole. Il problema non era solo la fatica fisica, ma la sensazione di essere una squadra tollerata più che accolta. Una nazionale formalmente ammessa alla competizione, ma trattata come un corpo estraneo dentro il torneo.
Questa situazione ha inciso sul gruppo in modo difficile da misurare, ma impossibile da ignorare. Una squadra può essere professionale quanto vuole, ma non vive nel vuoto. Se ogni partita richiede spostamenti complessi, se una parte della delegazione non può accompagnarti, se il capitano parla pubblicamente di un'organizzazione disastrosa, significa che l'attenzione viene continuamente strappata dal campo.
L'Iran ha provato a trasformare tutto questo in carburante emotivo. Ghalenoei ha parlato di squadra oppressa, di giocatori capaci di resistere, di orgoglio nazionale. Ed è vero: sul piano della tenuta, Team Melli ha dato risposte importanti. Non ha mai perso. Non si è disunita. Non è crollata. Ma la domanda resta: quanta energia è stata consumata per resistere a ciò che stava fuori dal campo, prima ancora di affrontare gli avversari?
Il Mondiale iraniano è partito da qui: non da una lavagna tattica, ma da una frontiera.
La scena più potente del Mondiale dell'Iran non è un gol. È l'inno. O meglio, quello che succedeva mentre l'inno risuonava negli stadi.
A Los Angeles, prima della partita con la Nuova Zelanda, una parte del pubblico ha fischiato l'inno della Repubblica Islamica. Altri tifosi cantavano. Altri ancora mostravano bandiere pre-rivoluzionarie, simboli monarchici, segni di opposizione al regime. La partita non era ancora cominciata, ma lo stadio era già diviso. Non tra Iran e Nuova Zelanda, ma tra Iran e Iran.
È qui che il racconto deve fermarsi. Perché quei fischi non erano contro il calcio iraniano, almeno non soltanto. Erano contro il regime, contro i suoi simboli, contro l'idea che quella squadra potesse essere usata come immagine di unità nazionale. Ma per i giocatori la distinzione era molto meno comoda. Erano loro davanti alle telecamere. Erano loro con la maglia. Erano loro a dover stare fermi mentre l'inno veniva coperto dal rumore.
La questione del canto dell'inno, per l'Iran, non è mai neutra. Dopo ciò che era successo nel 2022, dopo proteste, repressioni, silenzi, gesti mancati e pressioni, ogni movimento delle labbra diventa interpretazione. Se un giocatore canta, qualcuno lo vede come allineamento al regime. Se non canta, rischia conseguenze. Se resta a metà, viene letto comunque. Non esiste una zona sicura.
Per questo dire che i giocatori "hanno cantato" è troppo poco. La domanda vera è: quanto poteva essere libero quel gesto? Quanto poteva essere spontaneo? Quanto pesava sapere che dietro ogni immagine potevano esserci letture politiche, pressioni familiari, conseguenze al rientro, critiche della diaspora, sorveglianza del regime?
L'Iran ha giocato ogni partita anche dentro questa scena. Da una parte, tifosi che volevano sostenere la nazionale. Dall'altra, iraniani che non volevano vedere la bandiera e l'inno della Repubblica Islamica trattati come normali simboli sportivi. In mezzo, calciatori chiamati a giocare una partita di calcio mentre il loro stesso pubblico discuteva cosa rappresentassero davvero.
Sul campo, l'esordio contro la Nuova Zelanda è stato un 2-2 pieno di calcio e di tensione. Gli All Whites sono passati avanti due volte con Elijah Just, l'Iran ha risposto due volte con Ramin Rezaeian e Mohammad Mohebi. Una partita viva, aperta, emozionante. Ma anche una partita che l'Iran avrebbe dovuto vincere.
Dentro il girone con Belgio ed Egitto, la Nuova Zelanda era l'occasione più chiara per prendere tre punti. Non perché fosse una squadra da sottovalutare, ma perché il percorso iraniano passava inevitabilmente da lì. Con una vittoria, Team Melli avrebbe cambiato subito il proprio Mondiale. Con un pareggio, sarebbe rimasta dentro il torneo ma senza margine.
Il risultato ha raccontato bene la condizione iraniana. La squadra aveva orgoglio, esperienza, capacità di reazione. Due volte sotto, due volte capace di rialzarsi. Rezaeian, in particolare, è stato il simbolo tecnico della gara: gol, leadership, assist, qualità nei momenti difficili. Ma la difesa ha concesso troppo, il controllo emotivo non è mai stato completo e la sensazione era che l'Iran stesse giocando una partita dentro un rumore troppo grande.
I fischi all'inno, la diaspora divisa, il rientro logistico verso il Messico, le tensioni diplomatiche: tutto era lì, anche quando il pallone rotolava. Non si può dire che l'Iran abbia pareggiato solo per questo. Sarebbe semplicistico. Ma si può dire che la squadra non è mai entrata nel torneo dentro una normalità competitiva.
Il 2-2 ha lasciato un primo rimpianto. Non ancora una condanna, ma un segnale: l'Iran era difficile da abbattere, però avrebbe dovuto fare molto di più che resistere.
Il secondo pareggio, quello contro il Belgio, ha avuto un valore sportivo enorme. Uno 0-0 contro una nazionale di quel livello, con giocatori abituati ai grandi campionati e alla fase a eliminazione, non è un risultato banale. L'Iran ha difeso con ordine, ha sofferto, ha trovato in Alireza Beiranvand un portiere decisivo e ha mostrato una compattezza vera.
Ma anche qui il Mondiale iraniano resta sospeso tra orgoglio e occasione mancata. Perché il Belgio è rimasto in dieci nella ripresa, dopo l'espulsione di Nathan Ngoy. A quel punto la partita ha cambiato significato: non era più solo da contenere, era da aggredire. L'Iran aveva superiorità numerica, tempo e una possibilità enorme di prendersi tre punti pesantissimi.
Non ci è riuscito.
È una delle frasi chiave del torneo iraniano. Non ci è riuscito. Non perché mancasse il coraggio, ma perché mancava lucidità offensiva. Non perché la squadra fosse fragile, ma perché era più preparata a sopravvivere che a dominare. Il Belgio, anche in dieci, ha continuato a essere pericoloso; l'Iran, pur dentro un contesto favorevole, non ha trovato abbastanza qualità per trasformare il prestigio del pareggio in una svolta.
E qui torna il tema mentale. Una squadra che arriva al Mondiale dentro condizioni normali, con una base stabile, una routine solida e un rapporto meno lacerato col proprio pubblico, forse trova più energie per forzare quel momento. L'Iran invece sembrava sempre dover scegliere: restare compatto o rischiare. Proteggere il punto o prendersi il torneo. Non perdere o vincere.
Ha scelto, o forse è stato spinto a scegliere, la prima opzione. Ed è rimasto vivo. Ma ancora una volta non libero.
Contro l'Egitto, l'Iran aveva davanti la partita che poteva trasformare tutto. Dopo due pareggi, serviva vincere per non dipendere dagli altri. Non era più tempo di calcoli prudenti. Serviva il passo che Team Melli non aveva mai fatto nella sua storia mondiale: entrare nella fase a eliminazione diretta.
L'inizio è stato pessimo. Mahmoud Saber ha portato avanti l'Egitto dopo pochi minuti, costringendo l'Iran a inseguire ancora. Ma la reazione è stata immediata, e ancora una volta è arrivata da Rezaeian, uno dei pochi capaci di trasformare quel torneo in una storia personale forte. Il suo gol ha rimesso in piedi la partita, e da lì l'Iran ha avuto occasioni enormi.
Mehdi Taremi si è fatto parare un rigore. Poi ha colpito una traversa. Due episodi che, da soli, bastano a spiegare quanto il destino fosse vicino. Ma il momento più crudele è arrivato nel recupero: Shoja Khalilzadeh ha segnato, la panchina è esplosa, i giocatori hanno creduto di aver scritto la pagina più importante del calcio iraniano.
Per qualche secondo, l'Iran era agli ottavi. Non nella classifica delle terze. Non appeso agli altri. Dentro, direttamente, con un gol al 93'.
Poi il VAR ha tolto tutto. Fuorigioco. Gol annullato. La storia è tornata indietro. La partita è finita 1-1, l'Egitto è passato, l'Iran è rimasto in attesa.
Questa scena dice quasi tutto. Una squadra che aveva attraversato guerra, frontiere, fischi, logistica, politica e pressione, arrivata a pochi centimetri dal suo primo accesso alla fase a eliminazione. Poi fermata da una linea. Forse corretta, forse inevitabile, ma devastante.
Il Mondiale dell'Iran non è stato piatto perché il suo destino non è mai stato netto. È stato sempre una soglia: tra giocare e non giocare, tra cantare e non cantare, tra essere sostenuti e contestati, tra passare e aspettare, tra gol e fuorigioco.
Dopo l'1-1 con l'Egitto, l'Iran era terzo. Non eliminato, non qualificato. Tre punti, tre pareggi, zero sconfitte. Un profilo rarissimo: una nazionale imbattuta, ma incapace di vincere. Nel nuovo Mondiale, questo significa una cosa sola: entrare nella classifica delle migliori terze e aspettare.
L'attesa è stata crudele. Per qualche momento, i risultati degli altri gironi sembravano poter tenere l'Iran dentro. Poi è arrivata Austria-Algeria. Nel recupero, Riyad Mahrez ha portato avanti l'Algeria 3-2, e per l'Iran si è aperta un'altra finestra. Se fosse finita così, Team Melli avrebbe avuto una possibilità concreta di restare tra le otto migliori terze.
Ma al 96' Sasa Kalajdzic ha segnato il 3-3 per l'Austria. Un gol in un'altra partita, in un altro girone, tra altre due nazionali, ha chiuso il Mondiale iraniano. Austria e Algeria avanti, Iran fuori.
È una delle forme più fredde di eliminazione. Non perdi in campo. Non subisci un gol davanti ai tuoi tifosi. Non hai nemmeno l'ultimo pallone da giocare. Sei davanti a uno schermo, a una classifica, a una combinazione che cambia. E quando cambia, sei fuori.
L'Iran è stato eliminato così: non da sconfitto, ma da terzo insufficiente. Non da squadra battuta, ma da squadra incompleta. Il nuovo formato promette più possibilità, ma può produrre anche questo tipo di dolore: restare in bilico fino a quando un gol altrui decide cosa vale il tuo Mondiale.
Uscire imbattuti crea subito una tentazione narrativa: parlare solo di sfortuna. Sarebbe comodo, ma non del tutto giusto. L'Iran è stato sfortunato, certo. Il gol annullato, il rigore parato, la traversa, il pareggio dell'Austria al 96'. Tutto vero. Ma Team Melli ha anche costruito la propria eliminazione non riuscendo mai a vincere.
Contro la Nuova Zelanda ha rimontato due volte, ma ha concesso due gol. Contro il Belgio ha avuto l'uomo in più e non ha segnato. Contro l'Egitto ha avuto le occasioni per prendersi la storia e le ha lasciate andare. Tre pareggi raccontano carattere, ma anche un limite.
Il punto è che questo limite non va separato dal contesto. L'Iran non ha vissuto un Mondiale normale e poi non ha vinto per caso. Ha vissuto un Mondiale sotto pressione continua, e quella pressione può aver inciso proprio sulla lucidità nei momenti decisivi. Un rigore, un gol da annullare per centimetri, una scelta offensiva in superiorità numerica, una ripartenza gestita male: sono dettagli tecnici, ma anche emotivi.
Il calcio di nazionale è fragile. Una squadra può portare dentro il campo ciò che accade fuori. Per l'Iran, fuori dal campo c'era tutto: guerra, regime, diaspora, frontiere, visti, sospetti, fischi, obblighi simbolici, paura di essere usati come propaganda, paura di essere giudicati come complici, paura di parlare troppo e paura di non parlare affatto.
Dentro questo peso, non perdere mai è stato notevole. Non vincere mai è stato fatale.
Ramin Rezaeian è stato il giocatore più luminoso dell'Iran. Gol contro la Nuova Zelanda, assist per Mohebi, gol contro l'Egitto. In un torneo così complicato, è stato uno dei pochi a trasformare il caos in gesti chiari. Ha dato qualità, esperienza e presenza emotiva. È stato, più di altri, il volto calcistico di Team Melli.
Mehdi Taremi, invece, è stato il volto della contraddizione. Capitano, riferimento, voce pubblica, giocatore chiamato a segnare il gol della svolta. Ha denunciato la logistica, ha lasciato intendere che l'Iran non fosse trattato come le altre squadre, ha parlato da leader. Ma sul campo ha vissuto anche i due momenti più dolorosi: il rigore sbagliato e la traversa contro l'Egitto.
Non è una colpa da isolare. Sarebbe ingeneroso. Taremi ha portato addosso un peso enorme: sportivo, politico, simbolico. In una nazionale normale, un rigore sbagliato resta un errore tecnico. Nel Mondiale dell'Iran, diventa quasi una metafora: il giocatore più esposto, nel momento più grande, con il pallone della liberazione, fermato.
Beiranvand ha dato all'Iran il pareggio col Belgio, salvando più volte la porta. Mohebi ha segnato contro la Nuova Zelanda. Khalilzadeh ha vissuto il gol più breve del torneo, quello esistito solo tra l'esultanza e la revisione. Tutti, in modi diversi, hanno abitato lo stesso spazio: vicini alla storia, ma senza riuscire a prenderla.
Il nodo più profondo resta quello della rappresentanza. Una nazionale, di solito, è un simbolo semplice solo in apparenza. Nel caso dell'Iran, nel 2026, non poteva esserlo. La maglia rappresentava il Paese, ma anche un apparato politico contestato. L'inno rappresentava lo Stato, ma non necessariamente il popolo. I tifosi iraniani sugli spalti non erano un blocco unico, ma comunità divise da storia, esilio, repressione, memoria e dolore.
Per questo il Mondiale dell'Iran è stato così particolare. In altre nazionali, i giocatori possono essere criticati per un modulo, un errore, una mancata qualificazione. Gli iraniani erano giudicati anche per il modo in cui stavano in piedi durante l'inno. Per quanto aprivano la bocca. Per cosa dicevano dopo la partita. Per quali parole evitavano. Per quale bandiera sembravano rappresentare.
Da fuori è facile chiedere coraggio. Da dentro, con famiglie in patria, controlli, pressioni e conseguenze possibili, è molto meno semplice. Questo non significa assolvere tutto, né cancellare le responsabilità individuali. Significa capire la dimensione umana del torneo. I giocatori dell'Iran non hanno giocato solo contro Nuova Zelanda, Belgio ed Egitto. Hanno giocato dentro un giudizio permanente.
Questo ha influito sulle prestazioni? Non si può misurare con una statistica. Ma sarebbe ingenuo dire di no. Una squadra che ogni volta, prima ancora del calcio d'inizio, deve attraversare il rumore del proprio inno fischiato da connazionali, non parte dallo stesso punto delle altre.
Amir Ghalenoei ha definito la sua squadra oppressa, e la frase può sembrare forte se letta solo come dichiarazione da conferenza stampa. Ma dentro il contesto dell'Iran non era una semplice lamentela sportiva. Era il tentativo di dare una cornice a tutto ciò che stava accadendo.
Certo, un allenatore ha interesse a proteggere il gruppo e a spostare parte della pressione fuori dal campo. Ma Ghalenoei non parlava solo di arbitri o di calendario. Parlava di visti, viaggi, frontiere, personale assente, recupero ridotto, ostilità percepita. Parlava di una nazionale costretta a vivere il Mondiale come una continua negoziazione.
Il limite di questa posizione è che rischia di trasformare tutto in alibi. E l'Iran, sul campo, ha avuto possibilità reali. Ma il merito della frase è un altro: ricordare che non tutte le squadre arrivano al Mondiale con lo stesso grado di normalità. Alcune portano dentro il torneo conflitti che non hanno scelto.
L'Iran del 2026 ha giocato così: stretto tra orgoglio e frustrazione. Orgoglio per non aver perso. Frustrazione per non aver vinto. Orgoglio per aver resistito. Frustrazione per essere rimasto fuori. Orgoglio per aver rappresentato un Paese. Frustrazione perché una parte di quel Paese, sugli spalti, fischiava i simboli che la squadra era obbligata a portare.
L'Iran aveva già vissuto Mondiali dolorosi. Nel 2018 aveva sfiorato la qualificazione in un girone durissimo. Nel 2022 aveva vissuto un torneo segnato da proteste, pressione politica e una partita decisiva persa contro gli Stati Uniti. Ma il 2026 ha aggiunto un livello ulteriore.
Questa volta l'Iran non è stato eliminato perché battuto. È stato eliminato perché non è riuscito a vincere. Non perché fosse fuori dal torneo, ma perché è rimasto troppo a lungo sulla soglia. Non perché il campo lo abbia respinto chiaramente, ma perché il formato lo ha lasciato aspettare e poi lo ha escluso.
È un'eliminazione perfettamente coerente con la sua storia mondiale: vicinissima, drammatica, incompiuta. Ma è anche una delle più cariche di significato, perché mai come questa volta il calcio è sembrato solo una parte della vicenda.
Il gol annullato contro l'Egitto resterà l'immagine sportiva. Il pareggio dell'Austria al 96' resterà l'immagine regolamentare. I fischi all'inno resteranno l'immagine politica. La base di Tijuana resterà l'immagine logistica. La faccia dei giocatori durante l'inno resterà l'immagine umana.
Messe insieme, raccontano un Mondiale che non poteva essere liquidato con "tre pareggi ed eliminazione".
Il Mondiale dell'Iran è stato sportivamente insufficiente, perché l'obiettivo storico era passare il turno e non è stato raggiunto. Non basta uscire imbattuti per parlare di successo. Non basta resistere se poi non trovi mai la vittoria. Non basta avere alibi se contro Nuova Zelanda, Belgio in dieci ed Egitto hai tre occasioni diverse per prenderti il torneo e non lo fai.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato chiamarlo fallimento semplice. Nessun'altra nazionale ha vissuto una vigilia così instabile, una logistica così innaturale, una pressione politica così visibile e una frattura così evidente con parte del proprio pubblico. L'Iran non ha giocato solo con il peso della qualificazione. Ha giocato con il peso di rappresentare qualcosa che molti iraniani non volevano vedere rappresentato in quel modo.
Questo rende il torneo molto più interessante e molto più doloroso. Team Melli ha resistito a tutto, ma non ha trasformato quella resistenza in liberazione. Ha pareggiato tre volte, è rimasto imbattuto, ha sfiorato un gol storico al 93', è stato virtualmente dentro e poi fuori per un gol segnato in un'altra partita.
Il Mondiale dell'Iran è finito senza sconfitta e senza premio. È la definizione più crudele possibile.
Partite
Le partite giocate da Iran a Canada, Messico e Stati Uniti 2026, suddivise per fase.
Fase a gironi
| # | Nazionale | Pt | G | V | N | P | GF | GS | DR |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 | 5 | 3 | 1 | 2 | 0 | 6 | 2 | 4 | |
| 2 | 5 | 3 | 1 | 2 | 0 | 5 | 3 | 2 | |
| 3 | 3 | 3 | 0 | 3 | 0 | 3 | 3 | 0 | |
| 4 | 1 | 3 | 0 | 1 | 2 | 4 | 10 | -6 |
Posizione 1
BelgioPosizione 2
EgittoPosizione 3
IranPosizione 4
Nuova ZelandaRosa
La rosa associata a questa nazionale nell'edizione selezionata.
| # | Giocatore | Età | Ruolo | Club |
|---|---|---|---|---|
| — |
Beiranvand Alireza
|
33 | Portiere | Tractor Sazi Tabriz FC (IRN) |
| — |
Hardani Saleh
|
27 | Difensore | Esteghlal Tehran FC (IRN) |
| — |
Hajsafi Ehsan
|
36 | Difensore | Sepahan SC (IRN) |
| — |
Khalilzadeh Shojae
|
37 | Difensore | Tractor Sazi Tabriz FC (IRN) |
| — |
Mohammadi Milad
|
32 | Difensore | Persepolis FC (IRN) |
| — |
Ezatolahi Saeid
|
29 | Centrocampista | Shabab Al Ahli Club (UAE) |
| — |
Jahanbakhsh Alireza
|
32 | Centrocampista | FCV Dender EH (BEL) |
| — |
Mohebbi Mohammad
|
27 | Centrocampista | FC Rostov (RUS) |
| — |
Taremi Mehdi
|
33 | Attaccante | Olympiacos FC (GRE) |
| — |
Ghayedi Mehdi
|
27 | Attaccante | Al Nasr SC (UAE) |
| — |
Alipour Ali
|
30 | Attaccante | Persepolis FC (IRN) |
| — |
Niazmand Payam
|
31 | Portiere | Persepolis FC (IRN) |
| — |
Kanani Hossein
|
32 | Difensore | Persepolis FC (IRN) |
| — |
Ghoddos Saman
|
32 | Centrocampista | Al Ittihad Kalba SCC (UAE) |
| — |
Cheshmi Rouzbeh
|
32 | Centrocampista | Esteghlal Tehran FC (IRN) |
| — |
Torabi Mehdi
|
31 | Centrocampista | Tractor Sazi Tabriz FC (IRN) |
| — |
Yousefi Arya
|
24 | Difensore | Sepahan SC (IRN) |
| — |
Hosseinzadeh Amirhossein
|
25 | Attaccante | Tractor Sazi Tabriz FC (IRN) |
| — |
Nemati Ali
|
30 | Difensore | Foolad Khuzestan FC (IRN) |
| — |
Moghanloo Shahriyar
|
31 | Attaccante | Al Ittihad Kalba SCC (UAE) |
| — |
Ghorbani Mohammad
|
24 | Centrocampista | Al Wahda SC (UAE) |
| — |
Hosseini Hossein
|
33 | Portiere | Sepahan SC (IRN) |
| — |
Rezaeian Ramin
|
36 | Difensore | Foolad Khuzestan FC (IRN) |
| — |
Dargahi Dennis
|
29 | Attaccante | Standard Liège (BEL) |
| — |
Iri Danial
|
22 | Difensore | Malavan Anzali FC (IRN) |
| — |
Razaghinia Amirmohammad
|
20 | Centrocampista | Esteghlal Tehran FC (IRN) |
#— · Portiere
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Attaccante
#— · Attaccante
#— · Attaccante
#— · Portiere
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Difensore
#— · Attaccante
#— · Difensore
#— · Attaccante
#— · Centrocampista
#— · Portiere
#— · Difensore
#— · Attaccante
#— · Difensore
#— · Centrocampista