La storia della Coppa del Mondo Mondiali di calcio

Scheda nazionale nell'edizione

Il Mondiale dell'Iraq: il ritorno dopo quarant'anni e una realtà troppo dura

Primo turno

IRQ Primo turno

Canada, Messico e Stati Uniti 2026 · 08/06/2026 - 19/07/2026

Edizione

2026

Esito

Primo turno

Partite

3

Giocatori

26

Staff

0

Visual Iraq Canada, Messico e Stati Uniti 2026

Racconto

La nazionale in questa edizione

Pagina editoriale dedicata al percorso di questa squadra nel torneo.

Il Mondiale dell'Iraq è stato una storia più grande dei risultati, ma anche più dura di quanto il ritorno alla Coppa del Mondo lasciasse sperare. Dopo quarant'anni di assenza, la nazionale irachena è rientrata nel torneo con un peso emotivo enorme: un Paese intero dietro, una qualificazione arrivata all'ultimo passaggio utile e la sensazione di vivere un'occasione che molte generazioni avevano soltanto immaginato.

Poi è arrivato il campo, e il campo è stato severo. L'Iraq ha perso tutte e tre le partite, ha segnato un solo gol e ne ha subiti dodici. Ha avuto momenti di coraggio, soprattutto all'esordio, ma non è mai riuscito a trasformare l'energia del ritorno in una vera competitività. Il girone era probabilmente uno dei più difficili dell'intero torneo, con Francia, Norvegia e Senegal, ma proprio per questo ha mostrato subito la distanza tra la favola della qualificazione e il livello reale della fase finale.

La storia irachena, però, non va liquidata come una semplice eliminazione senza punti. Perché dentro quel Mondiale ci sono stati il ritorno dopo il 1986, il gol che ha riannodato un filo con Ahmad Radhi, il tentativo di Graham Arnold di costruire una squadra credibile in mezzo a un percorso complicato e l'impatto emotivo di una nazionale che, anche perdendo, ha riportato l'Iraq sulla mappa più grande del calcio.

Quarant'anni dopo, non era una qualificazione normale

La qualificazione dell'Iraq non è stata una delle tante storie di accesso a un Mondiale allargato. È stata un evento nazionale. La squadra era mancata dalla Coppa del Mondo dal 1986, quando aveva giocato in Messico e Ahmad Radhi aveva segnato l'unico gol iracheno nella storia del torneo. Da allora erano passati conflitti, instabilità, generazioni di calciatori e tentativi incompleti.

Il 2026 ha spezzato quella attesa. La vittoria contro la Bolivia nello spareggio intercontinentale ha trasformato Graham Arnold in una figura centrale della nuova storia irachena. L'allenatore australiano era arrivato con una missione chiara: portare ordine, mentalità, organizzazione e fiducia a una squadra che aveva talento, ma anche un percorso pieno di ostacoli.

Alla vigilia, Arnold aveva insistito su un concetto: l'Iraq doveva mostrare spirito, non paura. Era una frase semplice, ma adatta al contesto. Perché nessuno poteva chiedere alla nazionale irachena di dominare un girone con squadre così forti, ma tutti potevano aspettarsi una squadra capace di combattere, restare dentro le partite e rendere orgoglioso il proprio pubblico.

Il problema è che al Mondiale lo spirito è necessario, ma non sufficiente. Serve qualità nei dettagli, serve reggere il ritmo, serve evitare errori banali, serve avere la freddezza per non trasformare ogni difficoltà in una frattura. L'Iraq avrebbe scoperto presto quanto fosse sottile quel confine.

Boston, il gol che per un attimo ha fermato Haaland

L'esordio contro la Norvegia è stato il momento in cui l'Iraq ha mostrato la sua faccia migliore e, nello stesso tempo, il suo limite più evidente. Di fronte c'era una squadra tornata anch'essa al Mondiale dopo una lunga assenza, ma con una differenza enorme: Erling Haaland, una delle presenze più ingombranti del torneo.

La Norvegia è passata in vantaggio, come molti si aspettavano, ma l'Iraq non si è sciolto. Anzi, per una fase della partita ha reagito con personalità. Aymen Hussein ha segnato il gol del pareggio e per qualche minuto ha dato alla gara un significato completamente diverso. Non era solo un 1-1 momentaneo: era il primo gol iracheno al Mondiale dopo quarant'anni, un ponte diretto con il 1986, una piccola esplosione emotiva dentro una partita che sembrava già indirizzata.

Quel momento ha raccontato cosa avrebbe potuto essere l'Iraq nel suo scenario migliore: una squadra fisica, orgogliosa, capace di sfruttare il proprio centravanti e di colpire quando l'avversario lasciava uno spiraglio. Ma la Norvegia aveva più qualità e più profondità. Quando ha ripreso il controllo, la partita è scivolata via. Haaland ha segnato due volte, la difesa irachena ha cominciato ad andare in difficoltà e il punteggio finale ha assunto una dimensione molto più pesante rispetto ad alcuni tratti della gara.

È stata una sconfitta amara perché non completamente vuota. L'Iraq aveva segnato, aveva pareggiato, aveva vissuto un momento reale dentro il suo ritorno mondiale. Ma aveva anche concesso troppo e, soprattutto, aveva mostrato quanto potesse essere fragile appena l'avversario alzava ritmo e precisione.

Il coraggio non bastava a coprire gli errori

Dopo la Norvegia, il racconto iracheno aveva ancora una possibile via d'uscita. La sconfitta era stata netta, ma non priva di segnali positivi. Arnold poteva aggrapparsi alla reazione, al gol, alla capacità di non sparire subito davanti a una squadra forte. Contro la Francia, però, serviva un tipo di partita quasi perfetto.

L'allenatore aveva detto di non voler giocare in modo conservativo. Era una scelta coraggiosa, anche rischiosa. Contro la Francia, aspettare troppo bassi significa finire schiacciati; provare a giocare, invece, significa accettare spazi e duelli complicatissimi. L'Iraq ha scelto di non chiudersi del tutto, ma la differenza tecnica è emersa presto.

Kylian Mbappé ha segnato nel primo tempo e poi ancora nella ripresa, mentre Ousmane Dembélé ha chiuso la partita. Nel mezzo c'è stata una lunga interruzione per temporali, quasi due ore di sospensione che hanno spezzato il ritmo e aggiunto un elemento insolito a una gara già complicata. Ma il maltempo non ha cambiato la sostanza: la Francia aveva strumenti superiori in ogni zona del campo.

La partita con i francesi ha fatto emergere un dato importante. L'Iraq non era una squadra remissiva, ma quando perdeva pulizia nella costruzione veniva punito subito. Arnold avrebbe poi parlato di un errore su rimessa dal fondo che aveva regalato alla Francia un gol pesante. È un dettaglio tecnico, ma dentro il Mondiale dell'Iraq diventa quasi un simbolo: contro squadre di questo livello non puoi permetterti disattenzioni semplici, perché ogni pallone sbagliato vicino alla tua area diventa una condanna.

Dopo due partite, la qualificazione era ancora aritmeticamente possibile, ma il torneo iracheno aveva già cambiato forma. Non era più una storia di sorpresa da costruire. Era una corsa disperata verso l'ultima occasione.

Toronto, la partita decisiva diventata una punizione

La sfida con il Senegal doveva essere la partita della possibilità residua. Entrambe arrivavano senza punti, entrambe avevano bisogno di vincere, entrambe sapevano che il terzo posto poteva ancora offrire una via verso la fase a eliminazione diretta. Per l'Iraq era il momento in cui tutto il discorso sullo spirito, sul ritorno e sull'orgoglio doveva provare a trasformarsi in risultato.

Invece la partita si è messa male quasi subito. Il Senegal ha segnato nei primi minuti e poco dopo l'Iraq è rimasto in dieci per l'espulsione di Rebin Sulaka. Da quel momento la gara è diventata un esercizio di sopravvivenza. Con un uomo in meno, contro una squadra atletica, potente e obbligata a segnare molto per aumentare le proprie chance di qualificazione, l'Iraq non ha più trovato il modo di restare davvero dentro il match.

Il primo tempo è stato ancora relativamente contenuto, ma nella ripresa il Senegal ha aperto la partita. La velocità sulle fasce, la forza nei duelli e la qualità negli ultimi metri hanno trasformato ogni azione in un pericolo. Per gli iracheni è stata la serata più dolorosa del torneo: non solo una sconfitta larga, ma la fine definitiva del viaggio.

La cosa più dura è che l'Iraq non è riuscito a giocarsi davvero la sua ultima chance. La partita è stata condizionata presto, certo, ma il risultato ha lasciato comunque un segno pesante. Cinque gol subiti nell'ultima gara, dodici complessivi nel girone, zero punti. Per una squadra tornata al Mondiale dopo quarant'anni, il finale è stato molto più freddo di quanto il percorso emotivo meritasse.

L'unico gol e il filo con il 1986

Se c'è un'immagine calcistica che salva una parte del torneo iracheno, è il gol di Aymen Hussein contro la Norvegia. Non per il peso sulla classifica, perché non ha portato punti, ma per il significato storico. L'Iraq aveva segnato un solo gol nella sua precedente esperienza mondiale, nel 1986. Quarant'anni dopo, un altro centravanti ha rimesso il nome del Paese dentro un tabellino della Coppa del Mondo.

Questa continuità ha un valore enorme in una storia così lunga e interrotta. Per le grandi nazionali, segnare al Mondiale è quasi una routine; per l'Iraq, quel gol è diventato una conferma di presenza. Non era soltanto "siamo tornati", ma "siamo tornati e abbiamo lasciato una traccia".

Il problema è che quel momento è rimasto isolato. Nelle due partite successive l'Iraq non ha più trovato la porta. Contro la Francia ha tirato poco e senza precisione. Contro il Senegal, dopo l'espulsione, ha perso quasi subito la possibilità di costruire una gara offensiva vera. L'attacco, che avrebbe dovuto appoggiarsi proprio ad Aymen Hussein, è rimasto troppo spesso scollegato dal resto della squadra.

Il Mondiale iracheno, in fondo, vive dentro questa contraddizione: un gol storico e una produzione offensiva troppo povera; un momento da ricordare e un torneo che non è riuscito a moltiplicare quel momento.

Una squadra entrata in un girone troppo verticale

Il gruppo dell'Iraq era durissimo per caratteristiche, non solo per nomi. La Francia aveva tecnica e profondità. La Norvegia aveva una coppia offensiva fisica e devastante. Il Senegal aveva corsa, atletismo e qualità individuale. Erano tre avversarie diverse, ma tutte capaci di punire i limiti iracheni in modo differente.

Contro la Norvegia, il problema è stato contenere la potenza offensiva e le palle decisive dentro l'area. Contro la Francia, la difficoltà è stata uscire dal pressing e non perdere palloni in zone pericolose. Contro il Senegal, l'espulsione ha trasformato la gara in una corsa impari, ma ha anche mostrato quanto fosse difficile per l'Iraq reggere quando la partita diventava fisica e aperta.

Il dato dei dodici gol subiti non racconta soltanto una difesa in crisi. Racconta una squadra che non riusciva a proteggersi abbastanza. Il centrocampo faticava a filtrare, la linea difensiva veniva spesso esposta, il possesso non durava abbastanza per far respirare il blocco. Ogni errore sembrava portare subito l'avversario vicino alla porta.

Arnold ha parlato di errori individuali, e in parte aveva ragione. Ma gli errori individuali, quando si ripetono, spesso nascono da una pressione collettiva troppo alta. L'Iraq ha giocato contro squadre abituate a quel livello; molti dei suoi giocatori, invece, stavano vivendo per la prima volta un'intensità del genere. La differenza si è vista nei dettagli, poi nei punteggi.

Arnold tra orgoglio e realtà

Graham Arnold ha difeso la squadra anche dopo l'eliminazione. Ha detto che l'Iraq doveva essere orgoglioso del percorso, soprattutto per essere arrivato al Mondiale dopo quarant'anni e per aver giocato contro campioni che molti calciatori iracheni erano abituati a vedere solo in televisione. È una difesa comprensibile e, in parte, giusta.

C'è una componente emotiva che non può essere ignorata. Portare l'Iraq al Mondiale è stato un risultato enorme. Farlo dentro un percorso complicato, con una squadra costruita tra difficoltà logistiche e pressioni enormi, rende il risultato ancora più significativo. Da questo punto di vista, la sola presenza alla fase finale è stata una conquista.

Ma l'orgoglio non deve cancellare la parte scomoda. Una nazionale che torna dopo quarant'anni e perde tutte le partite deve chiedersi cosa sia mancato, non solo celebrare il viaggio. L'Iraq ha bisogno di trasformare questa partecipazione in un punto di partenza, non in un ricordo isolato. Il rischio sarebbe accontentarsi della commozione del ritorno e non usare la durezza del campo come materiale per crescere.

La decisione della federazione irachena di rinnovare la fiducia ad Arnold, secondo la stampa locale, va letta proprio in questa direzione: non buttare via il percorso per tre sconfitte, ma capire che il salto successivo richiede continuità, lavoro e una squadra più pronta a gestire il ritmo internazionale.

La lezione che resta a Baghdad

Il Mondiale dell'Iraq non offre un rimpianto semplice. Non c'è una partita persa all'ultimo minuto, un rigore sbagliato, una qualificazione sfumata per differenza reti. C'è una distanza evidente tra la storia del ritorno e la durezza del torneo. È meno romantico, ma forse più utile.

L'Iraq ha visto cosa significa affrontare squadre complete, fisiche, abituate a giocare ad alta velocità. Ha capito che il coraggio può portarti al Mondiale, ma non basta per restarci competitivo. Ha ritrovato un gol mondiale, ma ha anche misurato la necessità di produrre più occasioni, difendere meglio l'area e ridurre errori che a quel livello diventano immediatamente gol subiti.

Il compito adesso è non lasciare il 2026 come un episodio isolato, come era rimasto il 1986. La qualificazione deve diventare un nuovo inizio, non una parentesi celebrativa. Servono più giocatori abituati a contesti competitivi, una struttura difensiva più resistente, un modo più pulito di uscire dalla pressione e una nazionale capace di non vivere ogni partita mondiale come un evento emotivo irripetibile.

L'Iraq è tornato dopo quarant'anni e ha scoperto quanto il Mondiale possa essere crudele. Ma almeno è tornato. Da qui in poi, il giudizio sarà diverso: la prossima volta non basterà esserci.

Partite

Il percorso nel torneo

Le partite giocate da Iraq a Canada, Messico e Stati Uniti 2026, suddivise per fase.

Fase a gironi

Primo Turno

3 partite 1 gruppi

Gruppo I

3 partite
Data e ora 17/06/2026 · 00:00
Stadio Gillette Stadium
Arbitro Atcho Pierre
Data e ora 22/06/2026 · 23:00
Stadio Lincoln Financial Field
Arbitro Fischer Drew
Data e ora 26/06/2026 · 21:00
Stadio BMO Field
Arbitro Taylor Anthony
# Nazionale Pt G V N P GF GS DR
1 9 3 3 0 0 10 2 8
2 6 3 2 0 1 8 7 1
3 3 3 1 0 2 8 6 2
4 0 3 0 0 3 1 12 -11
Bandiera Francia

Posizione 1

Francia
9 pt
G 3
V 3
N 0
P 0
GF 10
GS 2
DR 8
Bandiera Norvegia

Posizione 2

Norvegia
6 pt
G 3
V 2
N 0
P 1
GF 8
GS 7
DR 1
Bandiera Senegal

Posizione 3

Senegal
3 pt
G 3
V 1
N 0
P 2
GF 8
GS 6
DR 2
Bandiera Iraq

Posizione 4

Iraq
0 pt
G 3
V 0
N 0
P 3
GF 1
GS 12
DR -11

Rosa

Giocatori convocati

La rosa associata a questa nazionale nell'edizione selezionata.

# Giocatore Età Ruolo Club
Fahad Talib
31 Portiere Al Talaba SC (IRQ)
Rebin Sulaka
34 Difensore Port FC (THA)
Hussein Ali
24 Difensore Pogoń Szczecin (POL)
Zaid Tahseen
25 Difensore Pakhtakor Tashkent FK (UZB)
Akam Hashim
27 Difensore Al Zawra'a SC (IRQ)
Munaf Younus
29 Difensore Al Shorta SC (IRQ)
Youssef Amyn
22 Centrocampista AEK Larnaca FC (CYP)
Ibrahim Bayesh
26 Centrocampista Al Dhafra SCC (UAE)
Ali Alhamadi
24 Attaccante Luton Town FC (ENG)
Mohanad Ali
25 Attaccante Dibba FC (UAE)
Ahmed Qasem
22 Attaccante Nashville SC (USA)
Jalal Hassan
35 Portiere Al Zawra'a SC (IRQ)
Ali Yousif
30 Attaccante Al Talaba SC (IRQ)
Zidane Iqbal
23 Centrocampista FC Utrecht (NED)
Ahmed Maknazi
24 Difensore Al Karma SC (IRQ)
Amir Alammari
28 Centrocampista KS Cracovia (POL)
Ali Jasim
22 Attaccante Al Najmah SC (KSA)
Aymen Hussein
30 Attaccante Al Karma SC (IRQ)
Kevin Yakob
25 Centrocampista Aarhus GF (DEN)
Aimar Sher
23 Centrocampista Sarpsborg 08 FF (NOR)
Marko Farji
22 Attaccante Venezia FC (ITA)
Ahmed Basil
29 Portiere Al Shorta SC (IRQ)
Merchas Doski
26 Difensore FC Viktoria Plzeň (CZE)
Zaid Ismael
24 Centrocampista Al Talaba SC (IRQ)
Mustafa Saadoon
25 Difensore Al Shorta SC (IRQ)
Frans Putros
32 Difensore Persib Bandung (IDN)

#— · Portiere

Fahad Talib
31 anni
Club Al Talaba SC (IRQ)
Ruolo Portiere

#— · Difensore

Rebin Sulaka
34 anni
Club Port FC (THA)
Ruolo Difensore

#— · Difensore

Hussein Ali
24 anni
Club Pogoń Szczecin (POL)
Ruolo Difensore

#— · Difensore

Zaid Tahseen
25 anni
Club Pakhtakor Tashkent FK (UZB)
Ruolo Difensore

#— · Difensore

Akam Hashim
27 anni
Club Al Zawra'a SC (IRQ)
Ruolo Difensore

#— · Difensore

Munaf Younus
29 anni
Club Al Shorta SC (IRQ)
Ruolo Difensore

#— · Centrocampista

Youssef Amyn
22 anni
Club AEK Larnaca FC (CYP)
Ruolo Centrocampista

#— · Centrocampista

Ibrahim Bayesh
26 anni
Club Al Dhafra SCC (UAE)
Ruolo Centrocampista

#— · Attaccante

Ali Alhamadi
24 anni
Club Luton Town FC (ENG)
Ruolo Attaccante

#— · Attaccante

Mohanad Ali
25 anni
Club Dibba FC (UAE)
Ruolo Attaccante

#— · Attaccante

Ahmed Qasem
22 anni
Club Nashville SC (USA)
Ruolo Attaccante

#— · Portiere

Jalal Hassan
35 anni
Club Al Zawra'a SC (IRQ)
Ruolo Portiere

#— · Attaccante

Ali Yousif
30 anni
Club Al Talaba SC (IRQ)
Ruolo Attaccante

#— · Centrocampista

Zidane Iqbal
23 anni
Club FC Utrecht (NED)
Ruolo Centrocampista

#— · Difensore

Ahmed Maknazi
24 anni
Club Al Karma SC (IRQ)
Ruolo Difensore

#— · Centrocampista

Amir Alammari
28 anni
Club KS Cracovia (POL)
Ruolo Centrocampista

#— · Attaccante

Ali Jasim
22 anni
Club Al Najmah SC (KSA)
Ruolo Attaccante

#— · Attaccante

Aymen Hussein
30 anni
Club Al Karma SC (IRQ)
Ruolo Attaccante

#— · Centrocampista

Kevin Yakob
25 anni
Club Aarhus GF (DEN)
Ruolo Centrocampista

#— · Centrocampista

Aimar Sher
23 anni
Club Sarpsborg 08 FF (NOR)
Ruolo Centrocampista

#— · Attaccante

Marko Farji
22 anni
Club Venezia FC (ITA)
Ruolo Attaccante

#— · Portiere

Ahmed Basil
29 anni
Club Al Shorta SC (IRQ)
Ruolo Portiere

#— · Difensore

Merchas Doski
26 anni
Club FC Viktoria Plzeň (CZE)
Ruolo Difensore

#— · Centrocampista

Zaid Ismael
24 anni
Club Al Talaba SC (IRQ)
Ruolo Centrocampista

#— · Difensore

Mustafa Saadoon
25 anni
Club Al Shorta SC (IRQ)
Ruolo Difensore

#— · Difensore

Frans Putros
32 anni
Club Persib Bandung (IDN)
Ruolo Difensore