Edizione
2026
Scheda nazionale nell'edizione
Sedicesimi di finale
Canada, Messico e Stati Uniti 2026 · 08/06/2026 - 19/07/2026
Edizione
2026
Esito
Sedicesimi di finale
Partite
4
Giocatori
26
Staff
0
Racconto
Pagina editoriale dedicata al percorso di questa squadra nel torneo.
La Germania è tornata a giocare una partita a eliminazione diretta in Coppa del Mondo, fase a cui non partecipava dal Mondiale vinto nel 2014, ma il fatto che questa frase sia diventata quasi una notizia racconta già tutto. Per decenni la nazionale tedesca aveva abitato i Mondiali come una presenza inevitabile, talmente stabile da sembrare parte dell'arredamento del torneo. Arrivava, superava il girone, cresceva strada facendo, vinceva partite che sembravano sporche, trovava un gol quando serviva, resisteva quando gli altri tremavano, era quasi una presenza fissa in semifinale o almeno ai quarti. Poi qualcosa si è spezzato.
Nel 2018 era uscita da campione del mondo in carica, chiudendo ultima nel gruppo dopo la sconfitta con la Corea del Sud. All'epoca si poteva ancora parlare di incidente storico, di ciclo logoro, di una generazione arrivata al capolinea senza accorgersene. Nel 2022, però, l'eliminazione nella fase a gironi si è ripetuta. Sconfitta con il Giappone, pareggio con la Spagna, vittoria inutile con la Costa Rica. A quel punto non era più un incidente, era un sintomo.
Il Mondiale 2026 doveva servire a chiudere quel periodo. Julian Nagelsmann era stato scelto anche per questo: restituire alla Germania un'idea moderna, meno appesantita dal passato e più vicina al calcio verticale, fisico, tecnico e mutevole degli anni recenti. La rosa aveva nomi importanti, esperienza, qualità offensiva, il ritorno di Manuel Neuer in una grande scena, Joshua Kimmich come riferimento, Florian Wirtz e Jamal Musiala come promessa di un futuro meno meccanico e più creativo. L'ambizione, detta senza troppi giri di parole, era tornare a parlare di titolo.
Eppure il 2026 ha prodotto una verità più scomoda. La Germania è arrivata ai sedicesimi, sì, ma ci è arrivata anche dentro un Mondiale allargato, con 48 squadre, dodici gironi e un primo turno a eliminazione che non esisteva nel vecchio formato. In altre epoche, superare il gruppo significava entrare direttamente tra le sedici migliori. Qui significava accedere a un passaggio intermedio, utile per allungare il torneo ma anche per rendere più facile, almeno per una grande, evitare il disastro immediato. La Germania ha fatto meglio del 2018 e del 2022, ma non abbastanza da poter parlare davvero di riscatto.
Anzi, l'eliminazione contro il Paraguay ha dato al suo Mondiale un suono ancora più amaro. Non più la caduta improvvisa nella fase a gironi, ma qualcosa di diverso: l'illusione di essere tornata, seguita dalla prova che il problema non era mai scomparso.
Per capire il Mondiale tedesco bisogna ripartire da Kazan, 2018. Germania-Corea del Sud 0-2. Manuel Neuer che perde palla lontano dalla porta nel recupero, Son Heung-min che corre verso la rete vuota, i tedeschi eliminati all'ultimo posto in un gruppo che avrebbero dovuto controllare. Fu una scena quasi irreale, perché spezzava un'abitudine culturale prima ancora che calcistica. La Germania non usciva così. Non ai Mondiali. Non da campione in carica. Non in quel modo.
Quattro anni dopo, in Qatar, la ferita non guarì. Il 2022 mostrò una squadra più viva ma ugualmente incompleta, capace di creare e sprecare, di dominare tratti di partita e poi pagare squilibri difensivi, di vincere l'ultima gara contro la Costa Rica senza riuscire a evitare l'eliminazione. In quei giorni si parlò molto di identità, di ricambio, di programmazione, di Bundesliga, di giovani, di DFB, di una scuola calcistica che dopo il 2014 aveva forse creduto troppo nella propria superiorità organizzativa.
Il 2026 sembrava arrivare nel momento giusto per correggere tutto. Il formato era più largo, il girone più gestibile rispetto a certi incroci del passato, e la Germania aveva una squadra teoricamente più varia. Non era più la macchina perfetta di Löw nel 2014, ma non era nemmeno una nazionale povera. Aveva tecnica, centimetri, corsa, alternative. Aveva una generazione che, almeno nei club, aveva già dimostrato di poter stare nel calcio più alto.
Poi è arrivata Curaçao. Il 7-1 dell'esordio sembrò una fotografia rassicurante, quasi terapeutica. Felix Nmecha segnò dopo sei minuti, poi arrivarono Schlotterbeck, la doppietta di Havertz, Musiala, Nathaniel Brown e Undav. La partita aveva perfino una sua piccola contro-storia, perché il gol di Comenencia al 21' fu il primo della storia mondiale di Curaçao e venne accolto come una festa dentro la goleada. Per i tedeschi, però, il messaggio sembrava chiaro: il trauma del debutto, quello vissuto nel 2018 e nel 2022, era stato evitato. La Germania aveva cominciato segnando sette volte, come una grande che finalmente si ricordava di esserlo.
Il problema è che le grandi crisi spesso sanno mascherarsi proprio dietro le partite facili. Curaçao era una favola, una debuttante, la nazionale più piccola mai arrivata alla fase finale per popolazione e superficie, guidata da Dick Advocaat a 78 anni. Batterla 7-1 era un dovere, non una prova di guarigione. La Germania aveva fatto ciò che doveva, ma il Mondiale non le aveva ancora chiesto nulla di veramente tedesco, nel senso antico del termine: pazienza, controllo, freddezza, capacità di soffrire senza perdere il filo.
Quella domanda sarebbe arrivata poco dopo.
La seconda partita contro la Costa d'Avorio fu molto più utile per capire la Germania. Non perché il risultato fosse negativo, visto che i tedeschi vinsero 2-1 e si garantirono la qualificazione alla fase successiva, ma perché per lunghi tratti la squadra di Nagelsmann parve tornare dentro le sue inquietudini. Franck Kessié portò avanti gli ivoriani nel primo tempo, la Germania faticò a controllare davvero il ritmo e la partita si trasformò in una piccola prova di carattere.
A risolverla fu Deniz Undav, entrato dalla panchina e capace di segnare due volte, prima al 68' e poi nel recupero. Da un punto di vista narrativo, sembrava il tipo di vittoria che una squadra in crescita può usare per cementarsi. Non tutto funziona, si va sotto, l'allenatore cambia, la panchina risponde, si vince nel finale. Per Nagelsmann fu una liberazione emotiva e anche una conferma della profondità del gruppo.
Ma anche quella partita lasciò qualcosa di irrisolto. La Germania aveva vinto perché aveva trovato un uomo caldo, non perché aveva imposto dall'inizio alla fine una superiorità stabile. Undav, fino a quel momento, era stato più efficace da subentrante che da titolare, quasi un rimedio più che una soluzione strutturale. Musiala non era ancora quello che la Germania immaginava prima del torneo. Havertz viveva dentro il solito paradosso del giocatore utile a tutto ma spesso discusso proprio perché non è mai una risposta netta. Wirtz portava qualità, ma non sempre il governo della partita.
La qualificazione ai sedicesimi, celebrata come il primo ritorno tedesco al knockout mondiale dal 2014, aveva un valore simbolico vero. Però era un simbolo abbassato dal nuovo formato. Non era una semifinale, non era un quarto, non era nemmeno l'ottavo classico dei vecchi Mondiali a 32 squadre. Era il primo taglio dopo un girone che, con una vittoria larga contro Curaçao e una rimonta sulla Costa d'Avorio, era già praticamente sistemato.
Il calcio tedesco aveva bisogno di aggrapparsi a qualcosa, e quel qualcosa fu il passaggio del turno. Ma sotto la superficie si vedeva ancora una squadra che non aveva trovato una lingua comune.
Contro l'Ecuador, nella terza partita, la Germania era già qualificata e già sicura del primo posto, ma il 2-1 subito a East Rutherford non fu una semplice sconfitta indolore. Sané segnò dopo due minuti, dando l'impressione che il gruppo potesse chiudersi con un'altra prova di forza. Poi l'Ecuador pareggiò con Nilson Angulo e vinse nella ripresa con Gonzalo Plata, trasformando una gara apparentemente secondaria in un campanello d'allarme.
Una nazionale guarita avrebbe potuto perdere quella partita senza che nessuno ci vedesse molto. Una nazionale ancora fragile, invece, la perde portandosi dietro il rumore. La Germania arrivava agli scontri diretti da prima del gruppo, ma con una sconfitta addosso, con la sensazione che la produzione offensiva dipendesse troppo da episodi e con i grandi nomi non ancora davvero padroni del torneo.
Il punto non era solo il risultato. Era la qualità della convinzione. Dopo Curaçao sembrava tutto largo, dopo la Costa d'Avorio sembrava tutto recuperabile, dopo l'Ecuador tornò il dubbio che la Germania fosse ancora una squadra capace di aprire bene le partite e poi smarrirne il senso. Lo stesso problema che l'aveva inseguita nel 2018 e nel 2022, in forme diverse, tornava sotto un vestito nuovo.
La Germania aveva chiuso prima nel gruppo, ma non aveva spaventato nessuno davvero. Aveva segnato dieci gol, ma sette erano arrivati contro Curaçao. Aveva battuto la Costa d'Avorio, ma solo al 94'. Aveva perso contro l'Ecuador, che sarebbe passato come migliore terza e avrebbe trasformato proprio quella vittoria in carburante per il suo torneo. Il primo posto tedesco era reale, ma non pienamente autorevole.
E l'autorità, per la Germania, è sempre stata più importante del talento. La sua storia mondiale non nasceva dall'essere sempre la più bella, ma dall'essere quasi sempre la più affidabile. Nel 2026, ancora una volta, quella qualità sembrava evaporata.
Il Paraguay non era l'avversario che una Germania sicura avrebbe dovuto temere. Era arrivato da terzo del Gruppo D, aveva qualità, organizzazione, durezza, un allenatore esperto come Gustavo Alfaro, ma non aveva il peso tecnico di una Francia, di un Brasile, di una Spagna. Proprio per questo la partita di Boston era pericolosa. Non perché fosse impossibile, ma perché era il tipo di gara in cui una grande malata può scoprirsi più malata di quanto pensi.
Nagelsmann scelse una formazione offensiva e diede a Undav la prima maglia da titolare del torneo. Sulla carta era una decisione logica. Undav aveva segnato, servito assist, ribaltato la Costa d'Avorio, dato alla Germania quella concretezza che gli altri non sempre garantivano. Ma una cosa è entrare quando la partita si apre, un'altra è partire contro una squadra chiusa, fisica, costruita per toglierti aria.
La Germania ebbe il pallone in modo quasi ossessivo. Dopo 35 minuti aveva completato 244 passaggi contro 31 del Paraguay, ma non aveva ancora prodotto una vera minaccia. Reuters ha sottolineato il paradosso statistico del primo tempo: dominio di possesso, nessun tiro nello specchio, e poi il gol subito. Julio Enciso colpì di testa al 42', dopo un'azione rapida sulla destra, e portò avanti il Paraguay con il suo primo gol di sempre in una fase a eliminazione diretta mondiale.
È qui che la partita diventa quasi letteraria. Perché la Germania, la nazionale che per anni aveva vinto partite sporche contro avversari più romantici, si ritrovava dall'altra parte del racconto. Era lei ad avere il possesso sterile, lei a girare intorno a un blocco compatto, lei a non trovare la fessura, lei a venire punita dal cinismo dell'altro. Il Paraguay, con meno palla, meno nomi e meno pubblico, faceva ciò che la Germania aveva fatto per decenni: rendere costosa ogni minima concessione.
Havertz pareggiò nella ripresa, di testa, su un cross morbido di Wirtz. Per qualche minuto sembrò che la storia potesse tornare al suo corso naturale. La Germania aveva ancora tempo, qualità, panchina, esperienza. Ai supplementari, Jonathan Tah segnò anche il gol che avrebbe potuto chiudere tutto, ma il VAR annullò per un fallo sul portiere. L'episodio alimenterà discussioni, come sempre accade quando una grande esce e può indicare una decisione. Ma sarebbe un alibi troppo comodo.
Joshua Kimmich lo disse con una durezza quasi necessaria: se non batti il Paraguay in 120 minuti, meriti di uscire. È una frase che pesa perché viene da un giocatore cresciuto dentro l'idea più severa del calcio tedesco, quella per cui l'autocommiserazione è il primo segno della decadenza.
Per la Germania, i rigori non erano mai stati una roulette come per gli altri. Erano quasi un'estensione culturale della sua identità. Linea, respiro, rincorsa, gol. Certo, anche i tedeschi avevano sbagliato rigori nella loro storia, ma ai Mondiali la loro aura dal dischetto era qualcosa di diverso. Le altre nazionali temevano i rigori contro la Germania non solo per i portieri o per i tiratori, ma perché sembrava di affrontare un'istituzione.
A Boston, anche quella istituzione è caduta. Havertz, Woltemade e Tah hanno sbagliato. Il Paraguay ha rischiato a sua volta di complicarsi la vita, con due errori, ma José Canale ha segnato il rigore decisivo e ha mandato i sudamericani alla fase successiva. Per la Germania è stata la prima sconfitta ai rigori in una Coppa del Mondo. Non un dettaglio, ma un altro pezzo di mitologia che si è staccato.
Il rigore sbagliato da Havertz ha avuto un valore particolare, perché lui era stato l'uomo del pareggio, uno dei giocatori più discussi e più rappresentativi di questa Germania incompleta. Dopo la partita, parlando ai media tedeschi, si è assunto la responsabilità e ha detto una frase che va oltre il suo errore: sembra che internazionalmente la Germania non sia più di prima fascia. Non lo ha detto un commentatore straniero, non un avversario, non un tifoso arrabbiato. Lo ha detto un giocatore dentro il gruppo.
È una frase che può diventare il titolo nascosto del Mondiale tedesco. Non siamo più automaticamente ciò che crediamo di essere.
Il Paraguay, al contrario, ha vissuto la serata come una consacrazione nazionale. Il suo presidente ha perfino dichiarato festa nazionale. Gustavo Gómez ha parlato di una squadra che doveva essere "Paraguay più che mai". In quella frase c'è una cosa che alla Germania è mancata: un'identità emotiva semplice, riconoscibile, accettata. Il Paraguay sapeva cosa doveva essere. La Germania, ancora una volta, sembrava chiederselo mentre giocava.
Julian Nagelsmann non è scappato. Dopo l'eliminazione ha detto di non essere uno che fugge, di voler continuare se la federazione lo vorrà, di sapere come funziona l'industria del calcio e di essere consapevole che molti in Germania lo vorrebbero fuori. Sono parole comprensibili, anche dignitose. Ma non risolvono il nodo.
Nagelsmann è un allenatore brillante, moderno, pieno di idee, abituato a manipolare strutture, posizioni, altezze, uscite, relazioni tra giocatori. Il problema è che la nazionale non è un club, e la Germania non aveva bisogno soltanto di essere complessa. Aveva bisogno di essere riconoscibile. La modernità tattica, quando non diventa naturale, può somigliare a un laboratorio aperto durante una tempesta.
Il suo Mondiale contiene scelte riuscite e scelte fallite. L'uso di Undav da subentrante contro la Costa d'Avorio è stato decisivo; la scelta di farlo partire contro il Paraguay non ha prodotto lo stesso effetto. La gestione di Musiala, reduce da un lungo infortunio e ancora lontano dalla sua versione migliore, è rimasta sospesa tra protezione e necessità. Wirtz, spesso spostato e adattato, ha avuto lampi ma non continuità. Kimmich è rimasto il riferimento morale, ma il centro della Germania non ha mai dato l'impressione di governare davvero le partite più difficili.
Il punto non è chiedere a Nagelsmann di trasformare la Germania in una squadra semplice. Il punto è capire se questa squadra abbia mai creduto davvero nella sua complessità. Le grandi squadre moderne possono essere sofisticate, ma quando arrivano i momenti duri devono sembrare semplici a se stesse. Devono sapere dove andare, chi cercare, quale ritmo scegliere, quando accelerare, quando respirare. La Germania contro il Paraguay ha avuto il pallone, ma non sempre un destino.
Nagelsmann ha detto una frase molto dura: se esci contro il Paraguay, non sei una squadra di prima classe. È una dichiarazione quasi brutale, ma forse la più onesta. Solo che, quando la pronuncia l'allenatore, la domanda successiva arriva da sola: chi doveva costruire quella squadra di prima classe?
La Germania ha fatto meglio del 2018 e del 2022 perché non è uscita nel girone. Ha vinto il gruppo, ha segnato tanto, ha superato almeno il primo taglio. In senso aritmetico, è un progresso. In senso storico, molto meno.
Il nuovo formato cambia la misura. Con 48 squadre e i sedicesimi, molte grandi nazionali hanno un margine di sopravvivenza più largo. Il vecchio Mondiale ti obbligava ad arrivare subito tra le sedici migliori; questo ti concede un passaggio in più, soprattutto se sei testa di serie e trovi un gruppo meno crudele. La Germania ha saputo approfittarne, ma non ha dimostrato di essere tornata al livello delle grandi che il torneo lo abitano fino in fondo.
La differenza tra arrivare ai sedicesimi e tornare davvero competitivi è enorme. Una riguarda il calendario, l'altra riguarda la sostanza. La Germania del 2026 ha superato Curaçao, ha rimontato la Costa d'Avorio, ha perso con l'Ecuador e non ha battuto il Paraguay. Se si toglie il nome dalla maglia, è il percorso di una buona nazionale incompiuta, non di una candidata al titolo.
Il problema, per la Germania, è proprio il nome sulla maglia. Quattro titoli mondiali, finali, semifinali, generazioni intere cresciute con l'idea che il torneo cominciasse davvero quando gli altri iniziavano ad avere paura. Dopo il 2014, però, i Mondiali tedeschi hanno raccontato altro: eliminazione nel 2018, eliminazione nel 2022, eliminazione ai sedicesimi nel 2026. Non è più una parentesi. È una sequenza.
Una nazionale può accettare una caduta. Deve preoccuparsi quando la caduta diventa abitudine.
Ogni volta che la Germania fallisce, il pensiero torna al 2014. Neuer portiere-libero, Lahm, Schweinsteiger, Kroos, Müller, Klose, Özil, Hummels, Boateng, la notte del 7-1 al Brasile, la finale con l'Argentina, il gol di Götze. È facile cadere nella nostalgia, e la nostalgia spesso inganna. Nessuna generazione si ripete davvero, e il calcio del 2026 non è quello del 2014.
Ma il confronto resta utile per un motivo. La Germania del 2014 non era solo piena di talento; era una squadra che sapeva cosa fare del proprio talento. Aveva gerarchie, tempi, memoria interna. Sapeva vincere 4-0, ma anche soffrire. Sapeva sembrare brillante, ma anche diventare dura. Sapeva usare il possesso come controllo, non come anestesia.
La Germania del 2026 ha avuto momenti di qualità, ma non quella memoria collettiva. Ha avuto giocatori forti, ma non una forma definitiva. Ha avuto dominio territoriale contro il Paraguay, ma non dominio emotivo. Ha avuto passaggi, tanti passaggi, ma non la sensazione che il gol fosse inevitabile. Una volta era questo il punto: con la Germania, anche quando non succedeva niente, sembrava sempre che prima o poi sarebbe successo qualcosa.
A Boston, invece, dopo mezz'ora di possesso sterile, sembrava quasi più probabile il contrario. Che il Paraguay trovasse un modo. Che la Germania si innervosisse. Che la partita diventasse vecchia, sporca, sudamericana, lontana dai piani tedeschi. Ed è successo.
Il passato non serve per dire che quelli erano migliori e questi peggiori in modo generico. Serve per vedere cosa si è perso: non solo campioni, ma una sicurezza culturale.
C'è poi un discorso più ampio, che ogni fallimento tedesco riapre. La Bundesliga produce giocatori, allenatori, idee, talenti. I club tedeschi continuano a essere competitivi, il Bayern resta una potenza, il Leverkusen ha vissuto anni di altissimo livello, Dortmund, Lipsia e altri club hanno formato e valorizzato giocatori importanti. Eppure la nazionale fatica a trasformare quel materiale in una squadra dominante.
Il problema non è la mancanza assoluta di qualità. È la traduzione. Wirtz e Musiala dovrebbero rappresentare il futuro creativo, ma nel 2026 non sono diventati il centro del torneo. Havertz continua a essere un giocatore prezioso ma sfuggente, sempre utile e sempre discusso. Undav ha dato gol e concretezza, ma il fatto che sia diventato quasi una soluzione d'emergenza racconta anche la difficoltà di trovare un riferimento stabile. Neuer porta con sé una grandezza immensa, ma anche il peso del tempo. Kimmich ha personalità, però non può da solo sostituire quella catena di leadership che in passato comprendeva più voci, più caratteri, più autorità.
Le grandi nazionali non hanno solo buoni giocatori. Hanno giocatori che, nei momenti di paura, si riconoscono. La Germania del 2026 sembrava ancora in cerca di quella riconoscibilità. A tratti moderna, a tratti confusa; a tratti aggressiva, a tratti sterile; a tratti giovane, a tratti appoggiata a simboli del passato.
Questa incertezza è forse il vero cuore della crisi. Non sapere se si è già una squadra nuova o ancora una squadra vecchia che prova a vestirsi da nuova.
Perdere ai rigori è sempre una tentazione narrativa. Si può parlare di sfortuna, di pressione, di dettagli, di un tiro calciato male, di un portiere che intuisce, di una sera sbagliata. Nel caso tedesco, però, sarebbe quasi pericoloso fermarsi lì. Perché i rigori sono arrivati dopo 120 minuti in cui la Germania non è riuscita a battere il Paraguay.
Il gol annullato a Tah può restare una ferita, e le discussioni arbitrali faranno parte del racconto tedesco, soprattutto perché Sportschau ha parlato di errore VAR. Ma una nazionale che vuole tornare grande non può aggrapparsi a un singolo episodio contro un'avversaria che, sulla carta, avrebbe dovuto battere prima. La stessa lucidità di Kimmich va in questa direzione: non cercare il rifugio della lamentela.
I rigori, semmai, sono il simbolo finale di una perdita più profonda. La Germania non ha perso solo una partita dal dischetto; ha perso una delle sue ultime certezze mitologiche. Dopo aver perso la sicurezza del girone nel 2018 e nel 2022, ha perso anche l'idea che, arrivati ai rigori mondiali, il suo sistema nervoso fosse diverso da quello degli altri.
Forse è una cosa sana, alla lunga. Le nazionali devono ogni tanto smettere di credersi protette dalla propria storia. Ma nel breve periodo è devastante, perché lascia il gruppo senza riparo. Se non sei più la Germania che supera sempre il girone, se non sei più la Germania che cresce nei knockout, se non sei più nemmeno la Germania che vince ai rigori, allora devi ricostruire tutto da capo. Non la rosa, non solo l'allenatore. L'immagine di te stesso.
La domanda su Nagelsmann arriverà, ed è legittima. Resterà? Verrà confermato? Ha sbagliato troppo? È l'uomo giusto per ricostruire? Ma sarebbe troppo comodo trasformare tutto in un referendum sul commissario tecnico. La crisi tedesca precede Nagelsmann e lo supera. Era iniziata con Löw nel finale del suo ciclo, era passata da Flick, era stata temporaneamente mascherata dall'Europeo casalingo del 2024, ed è riemersa nel 2026 con un volto diverso ma lo stesso contenuto.
Il calcio tedesco deve capire che cosa vuole essere. Non in astratto, non nei documenti federali, non nelle parole sulla formazione, ma in campo. Vuole tornare a essere una squadra di controllo, capace di usare il possesso per soffocare? Vuole essere verticale, aggressiva, più vicina alla Bundesliga contemporanea? Vuole costruire intorno ai suoi creativi o intorno alla solidità? Vuole accettare un ricambio doloroso, anche nei simboli, o continuare a tenere insieme più epoche nella speranza che convivano?
Il Mondiale 2026 non dà una risposta. Dice solo che il compromesso attuale non basta.
C'è una frase di Nagelsmann che resta: "Non sono uno che scappa". Può essere un buon punto di partenza, se significa prendersi il peso del lavoro. Ma non basta non scappare. Bisogna anche sapere dove andare.
La Germania del 2026 verrà ricordata in modo strano. Non come quella del 2018, crollata da campione in carica. Non come quella del 2022, intrappolata nel caos del gruppo con Giappone, Spagna e Costa Rica. Questa sarà la Germania che sembrò guarire perché superò il girone, ma che uscì appena il torneo le chiese qualcosa di più serio. La Germania che vinse 7-1 contro la nazionale più piccola della storia mondiale, poi non seppe battere il Paraguay. La Germania che tornò ai knockout dopo dodici anni, ma scoprì che quel ritorno, nel nuovo formato, non bastava più a certificare nulla.
È qui che sta la crudeltà del suo Mondiale. Il 2026 non è stato un disastro immediato, e proprio per questo rischia di essere più ingannevole. Si può dire che qualcosa sia migliorato. Si può dire che il girone sia stato vinto. Si può dire che la squadra abbia prodotto gol, che Undav sia emerso, che ci siano giovani su cui lavorare. Tutto vero. Ma nessuna di queste cose cancella l'immagine finale: Paraguay in festa, Germania a terra, rigori sbagliati, Nagelsmann sotto pressione, Kimmich costretto a dire ad alta voce che se non batti quell'avversario meriti di uscire.
Per una nazionale minore, sarebbe una delusione. Per la Germania è una diagnosi.
Il calcio tedesco non è morto, non è povero, non è senza futuro. Ma ha smesso da tempo di essere inevitabile. E per una nazionale che aveva costruito la propria leggenda proprio sull'inevitabilità, questa è la caduta più difficile da accettare.
Partite
Le partite giocate da Germania a Canada, Messico e Stati Uniti 2026, suddivise per fase.
Fase a gironi
| # | Nazionale | Pt | G | V | N | P | GF | GS | DR |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 | 6 | 3 | 2 | 0 | 1 | 10 | 4 | 6 | |
| 2 | 6 | 3 | 2 | 0 | 1 | 4 | 2 | 2 | |
| 3 | 4 | 3 | 1 | 1 | 1 | 2 | 2 | 0 | |
| 4 | 1 | 3 | 0 | 1 | 2 | 1 | 9 | -8 |
Posizione 1
GermaniaPosizione 2
Costa d'AvorioPosizione 3
EcuadorPosizione 4
CuraçaoEliminazione diretta
Rosa
La rosa associata a questa nazionale nell'edizione selezionata.
| # | Giocatore | Età | Ruolo | Club |
|---|---|---|---|---|
| — |
Neuer Manuel
|
40 | Portiere | FC Bayern München (GER) |
| — |
Rüdiger Antonio
|
33 | Difensore | Real Madrid C. F. (ESP) |
| — |
Anton Waldemar
|
29 | Difensore | Borussia Dortmund (GER) |
| — |
Tah Jonathan
|
30 | Difensore | FC Bayern München (GER) |
| — |
Pavlovic Aleksandar
|
22 | Centrocampista | FC Bayern München (GER) |
| — |
Kimmich Joshua
|
31 | Difensore | FC Bayern München (GER) |
| — |
Havertz Kai
|
26 | Attaccante | Arsenal FC (ENG) |
| — |
Goretzka Leon
|
31 | Centrocampista | FC Bayern München (GER) |
| — |
Leweling Jamie
|
25 | Centrocampista | VfB Stuttgart (GER) |
| — |
Musiala Jamal
|
23 | Centrocampista | FC Bayern München (GER) |
| — |
Woltemade Nick
|
24 | Attaccante | Newcastle United FC (ENG) |
| — |
Baumann Oliver
|
36 | Portiere | TSG Hoffenheim (GER) |
| — |
Gross Pascal
|
34 | Centrocampista | Brighton & Hove Albion FC (ENG) |
| — |
Beier Maximilian
|
23 | Attaccante | Borussia Dortmund (GER) |
| — |
Schlotterbeck Nico
|
26 | Difensore | Borussia Dortmund (GER) |
| — |
Stiller Angelo
|
25 | Centrocampista | VfB Stuttgart (GER) |
| — |
Wirtz Florian
|
23 | Centrocampista | Liverpool FC (ENG) |
| — |
Brown Nathaniel
|
22 | Difensore | Eintracht Frankfurt (GER) |
| — |
Sané Leroy
|
30 | Centrocampista | Galatasaray SK (TUR) |
| — |
Amiri Nadiem
|
29 | Centrocampista | 1. FSV Mainz 05 (GER) |
| — |
Nuebel Alexander
|
29 | Portiere | VfB Stuttgart (GER) |
| — |
Raum David
|
28 | Difensore | RB Leipzig (GER) |
| — |
Nmecha Felix
|
25 | Centrocampista | Borussia Dortmund (GER) |
| — |
Thiaw Malick
|
24 | Difensore | Newcastle United FC (ENG) |
| — |
Ouedraogo Assan
|
20 | Centrocampista | RB Leipzig (GER) |
| — |
Undav Deniz
|
29 | Attaccante | VfB Stuttgart (GER) |
#— · Portiere
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Difensore
#— · Attaccante
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Attaccante
#— · Portiere
#— · Centrocampista
#— · Attaccante
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Portiere
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Attaccante