Edizione
2026
Scheda nazionale nell'edizione
Pagina editoriale della nazionale in questa edizione.
Canada, Messico e Stati Uniti 2026 · 08/06/2026 - 19/07/2026
Edizione
2026
Esito
Partecipante
Partite
3
Giocatori
0
Staff
0
Racconto
Pagina editoriale dedicata al percorso di questa squadra nel torneo.
Il Mondiale 2026 della Repubblica Ceca è durato tre partite, ma per raccontarlo davvero bisogna partire molto prima. Bisogna tornare all'attesa, alla qualificazione ottenuta dopo vent'anni, alla sensazione di aver finalmente riportato la nazionale ceca dove mancava dal 2006. E poi bisogna arrivare alla fine, alla notte dello Stadio Azteca, quando il Messico ha vinto 3-0 e ha chiuso il torneo dei cechi nel modo più duro: ultimi nel Gruppo A, con un solo punto, due sconfitte, un pareggio e la sensazione di aver perso un'occasione enorme.
Il punto storico è proprio questo. La Repubblica Ceca non è stata eliminata perché ha trovato un girone impossibile, né perché è stata travolta da un destino crudele. È uscita perché non è riuscita a trasformare i suoi momenti migliori in risultati, perché ha segnato per prima in due partite su tre ma non ne ha vinta nessuna, perché quando è arrivato il momento di forzare davvero il torneo ha mostrato limiti tecnici, atletici e mentali troppo evidenti.
A distanza di anni, probabilmente questo Mondiale verrà ricordato in Repubblica Ceca con una frase semplice: erano tornati dopo vent'anni, ma il Mondiale li ha rimessi davanti alla realtà.
Come già detto, per la Repubblica Ceca il bilancio è stato pesante: tre partite, zero vittorie, un pareggio, due sconfitte, due gol segnati e sei subiti. Numeri freddi, ma molto eloquenti. La squadra di Miroslav Koubek non è mai riuscita a controllare davvero una partita per novanta minuti e, soprattutto, ha perso punti proprio quando sembrava aver costruito la situazione ideale per prenderli.
Il paradosso del torneo ceco è tutto qui: contro Corea del Sud e Sudafrica è andata in vantaggio, ma da quei due vantaggi ha raccolto appena un punto. In un Mondiale a 48 squadre, con la possibilità per alcune terze di passare il turno, quel bottino avrebbe dovuto essere molto più alto.
La prima partita, contro la Corea del Sud, aveva già dentro quasi tutto ciò che sarebbe successo dopo. La Repubblica Ceca non era partita male sul piano del risultato, perché al 59' era riuscita a passare in vantaggio con Ladislav Krejci, bravo a segnare di testa su una situazione diretta e molto ceca: rimessa lunga di Coufal, presenza fisica, palla sporca trasformata in occasione.
Era il tipo di gol che sembrava confermare l'identità della squadra. Una nazionale verticale, fisica, forte sui duelli, capace di fare male con le palle inattive e con le situazioni aeree. Però il Mondiale non perdona le squadre che hanno un solo modo per fare male. E la Corea del Sud lo ha dimostrato subito.
Dopo il vantaggio ceco, la partita è cambiata rapidamente. Hwang In-beom ha pareggiato al 67', poi Oh Hyeon-gyu ha completato la rimonta all'80'. La Corea ha vinto 2-1 e ha dato la prima botta al cammino della Repubblica Ceca.
Il problema non è stato solo il risultato. Il problema è stato il contrasto tra le due squadre. La Repubblica Ceca ha cercato spesso il gioco diretto, affidandosi alla superiorità fisica e alla presenza in area. La Corea, invece, ha mostrato più qualità nel palleggio, più mobilità e più pulizia tecnica. In altre parole: i cechi hanno portato il loro calcio, ma quel calcio è sembrato subito troppo stretto per il livello del Mondiale.
Già dopo la prima giornata, la domanda era evidente: la Repubblica Ceca aveva abbastanza strumenti per fare qualcosa di diverso quando la partita non poteva più essere risolta soltanto con centimetri, lanci lunghi e seconde palle?
La gara decisiva, più ancora della sconfitta finale con il Messico, è stata probabilmente Repubblica Ceca-Sudafrica 1-1.
Contro i Bafana Bafana, i cechi avevano l'occasione perfetta per rimettere in piedi il girone. Avevano perso la prima, ma il calendario offriva ancora una strada: battere il Sudafrica, arrivare all'ultima giornata con tre punti e giocarsi tutto contro un Messico magari già qualificato. La partita sembrava anche essersi messa bene, perché Michal Sadilek ha segnato dopo appena 6 minuti.
Ancora una volta, però, la Repubblica Ceca non è riuscita a trasformare il vantaggio in controllo. Dopo il gol ha avuto momenti per fare il secondo, con Patrik Schick protagonista di occasioni importanti, ma non ha chiuso la gara. E quando una squadra non chiude una partita mondiale, finisce per consegnare all'avversario il diritto di restare vivo.
Il Sudafrica, pur senza creare moltissimo per larghi tratti, è rimasto dentro la partita. Poi è arrivato l'episodio che ha cambiato il torneo ceco: fallo di mano di Pavel Sulc in area e rigore trasformato da Teboho Mokoena all'83'. Il pareggio sudafricano ha tolto due punti alla Repubblica Ceca e ha dato ossigeno al Sudafrica, che pochi giorni dopo avrebbe battuto la Corea del Sud e conquistato il secondo posto.
Quella partita è stata il vero bivio. Non per il rigore in sé, ma per ciò che c'era stato prima: vantaggio immediato, occasioni non sfruttate, squadra progressivamente più passiva, baricentro più basso, incapacità di chiudere il discorso. È stata la partita in cui la Repubblica Ceca ha smesso di essere padrona del proprio destino.
All'ultima giornata serviva un'impresa. La Repubblica Ceca doveva battere il Messico nello Stadio Azteca, davanti al pubblico messicano, contro una squadra già qualificata ma tutt'altro che scarica. Non era impossibile sulla carta, perché il Messico avrebbe anche potuto gestire energie e uomini. Ma nella realtà non c'è mai stata davvero la sensazione che i cechi potessero prendersi la partita.
Il primo tempo è rimasto bloccato, nervoso, senza gol. La Repubblica Ceca ha provato a stare dentro la gara, ma senza dare l'impressione di avere abbastanza qualità per ferire davvero il Messico. Poi, nella ripresa, il castello è crollato.
Al 55' Mateo Chavez ha segnato l'1-0, trovando lo spazio dopo una giocata in cui la difesa ceca non è riuscita a reggere il duello centrale. Sei minuti dopo è arrivato il secondo gol, firmato da Julian Quiñones, su un'azione nata da un'altra corsa messicana alle spalle della struttura ceca. Nel recupero Alvaro Fidalgo ha completato il 3-0.
Il risultato è stato duro, ma non bugiardo. Il Messico ha mostrato più freschezza, più tecnica, più coraggio e più soluzioni. La Repubblica Ceca, invece, ha chiuso il torneo con l'immagine peggiore possibile: una squadra che doveva vincere e che, dopo il primo gol subito, non è riuscita a produrre una vera reazione.
La notte dello Stadio Azteca ha consegnato anche un'immagine simbolica: da una parte il Messico in festa, con il giovane Gilberto Mora applaudito dal pubblico e Guillermo Ochoa celebrato nella sua ultima grande passerella mondiale; dall'altra i giocatori cechi fermi, svuotati, con la sensazione di aver capito troppo tardi quanto fosse grande il salto tra la qualificazione e il Mondiale.
Il problema della Repubblica Ceca non è stato uno solo. Sarebbe comodo dire che tutto è dipeso da un rigore, da un episodio, dalla quota di Città del Messico o dalla stanchezza dei viaggi. Tutte queste cose hanno avuto un peso, ma il torneo ha raccontato qualcosa di più profondo.
La prima cosa che non ha funzionato è stata la povertà offensiva nel gioco aperto. La Repubblica Ceca ha costruito molto attraverso palle alte, rimesse lunghe, calci piazzati e fisicità. Sono armi legittime, soprattutto quando hai giocatori strutturati e abituati al duello. Ma al Mondiale servono anche palleggio, cambi di ritmo, ricezioni tra le linee, capacità di attaccare l'area con più soluzioni. Da questo punto di vista, la squadra è sembrata limitata.
La seconda cosa è stata la gestione dei vantaggi. Contro Corea del Sud e Sudafrica, andare avanti avrebbe dovuto dare fiducia. Invece, in entrambi i casi, la squadra non ha saputo amministrare né colpire di nuovo. Si è abbassata, ha lasciato iniziativa agli avversari e ha finito per pagare.
La terza è stata la condizione di alcune figure chiave. Patrik Schick è arrivato al Mondiale come riferimento offensivo, ma non ha inciso come ci si aspettava. Tomas Soucek, uno dei leader tecnici e caratteriali, ha vissuto un torneo complicato e si è anche infortunato nel finale contro il Messico. Attorno a loro, il gruppo non ha prodotto abbastanza alternative.
La quarta è stata la differenza tecnica con gli avversari. La Corea ha palleggiato meglio, il Messico ha giocato con più qualità, il Sudafrica ha avuto meno brillantezza ma è rimasto dentro la partita fino a prendersi il rigore. La Repubblica Ceca ha dato l'impressione di poter competere fisicamente, ma non di poter comandare davvero.
Dopo l'eliminazione, Miroslav Koubek ha indicato alcuni fattori: gli errori, la fatica, i viaggi, la quota di Città del Messico, la forma non ottimale di diversi giocatori. Ma dentro le sue parole c'era anche un'ammissione più pesante: il calcio ceco deve alzare il proprio livello tecnico se vuole competere davvero a questi ritmi.
È una frase importante, perché sposta il discorso dal singolo Mondiale al sistema. La Repubblica Ceca è arrivata al torneo dopo due spareggi vinti ai rigori, contro Irlanda e Danimarca. È stata una qualificazione romantica, sofferta, quasi epica. Ma proprio il Mondiale ha mostrato il rischio di confondere l'impresa con la solidità.
Negli spareggi erano bastati cuore, duelli, resistenza e nervi saldi dal dischetto. In Nord America, invece, bisognava giocare ogni quattro o cinque giorni contro squadre di continenti diversi, con ritmi diversi, qualità diverse e condizioni ambientali diverse. Lì il solo spirito non è bastato.
Anche Ladislav Krejci, capitano e simbolo della squadra, ha usato parole molto forti. Ha parlato di una nazionale arrivata con aspettative e sogni, ma costretta a guardarsi allo specchio. È forse il modo migliore per raccontare il Mondiale ceco: non una tragedia sportiva, ma una brusca verifica del livello reale.
Il Mondiale 2026 della Repubblica Ceca resterà come una occasione mancata. Non un disastro assoluto, perché qualificarsi dopo vent'anni è già stato un risultato importante. Ma una volta arrivata al torneo, la squadra aveva un girone in cui poteva almeno giocarsi il passaggio del turno. Il Messico era superiore, ma Corea del Sud e Sudafrica erano avversarie contro cui fare punti non era un sogno irrealistico.
Il punto più doloroso è che la Repubblica Ceca non ha perso il Mondiale soltanto contro il Messico. Lo ha perso nei minuti dopo il vantaggio contro la Corea. Lo ha perso nelle occasioni non sfruttate contro il Sudafrica. Lo ha perso nella scelta di abbassarsi troppo presto. Lo ha perso nella difficoltà di produrre calcio quando le palle inattive non bastavano più.
Quando si riaprirà questo capitolo tra qualche anno, probabilmente non si parlerà di una squadra sfortunata. Si parlerà di una squadra che è tornata finalmente sul grande palcoscenico, ma che ha scoperto di non essere ancora pronta per restarci.
La Repubblica Ceca aveva aspettato vent'anni per rivedere il Mondiale. Il Mondiale le ha concesso tre partite per capire quanto fosse cambiato il calcio intorno a lei
Partite
Le partite giocate da Rep. Ceca a Canada, Messico e Stati Uniti 2026, suddivise per fase.
Fase a gironi
| # | Nazionale | Pt | G | V | N | P | GF | GS | DR |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 | 9 | 3 | 3 | 0 | 0 | 6 | 0 | 6 | |
| 2 | 4 | 3 | 1 | 1 | 1 | 2 | 3 | -1 | |
| 3 | 3 | 3 | 1 | 0 | 2 | 2 | 3 | -1 | |
| 4 | 1 | 3 | 0 | 1 | 2 | 2 | 6 | -4 |
Posizione 1
MessicoPosizione 2
SudafricaPosizione 3
Corea del SudPosizione 4
Rep. Ceca