Edizione
2026
Scheda nazionale nell'edizione
Primo turno
Canada, Messico e Stati Uniti 2026 · 08/06/2026 - 19/07/2026
Edizione
2026
Esito
Primo turno
Partite
3
Giocatori
26
Staff
0
Racconto
Pagina editoriale dedicata al percorso di questa squadra nel torneo.
Il Mondiale della Tunisia era cominciato con una vecchia domanda e si è chiuso con una risposta durissima. La domanda era sempre la stessa: sarebbe stata finalmente l'edizione buona per superare la fase a gironi? Dopo tante partecipazioni interrotte al primo turno, dopo la vittoria prestigiosa contro la Francia nel 2022, dopo una generazione abituata a competere in Africa e in Europa, l'allargamento del torneo sembrava offrire una possibilità concreta.
Invece la Tunisia ha vissuto una delle campagne più difficili della sua storia mondiale. Tre partite, tre sconfitte, un solo gol segnato, dodici subiti, un allenatore esonerato dopo l'esordio e un secondo tecnico arrivato in corsa senza riuscire a fermare la caduta. Più che un torneo, è sembrata una crisi accelerata in pochi giorni.
Il punto più doloroso non è stato soltanto perdere. La Tunisia aveva un gruppo complicato, con avversarie forti, organizzate e abituate a un ritmo alto. Il problema è stato il modo: una squadra fragile, lunga, spesso in ritardo, incapace di proteggere la propria area e di reagire davvero quando la partita cominciava a scivolare. Il Mondiale che doveva rompere una barriera storica è diventato il torneo in cui quella barriera è sembrata più lontana che mai.
Prima dell'inizio, la Tunisia non partiva come favorita del girone, ma nemmeno come semplice comparsa. L'idea di fondo era che la squadra avesse abbastanza esperienza per restare competitiva, soprattutto se fosse riuscita a costruire le partite sulla propria identità tradizionale: compattezza, disciplina tattica, intensità nei duelli, capacità di soffrire e colpire nei momenti giusti.
C'era anche un elemento psicologico molto forte. La Tunisia arrivava alla sua terza partecipazione consecutiva e cercava di togliersi di dosso una maledizione sportiva lunga decenni: tante presenze mondiali, qualche partita memorabile, ma mai il passaggio del turno. Nel 2022 era riuscita a battere la Francia, ma non era bastato. Quella vittoria aveva alimentato l'idea che il livello fosse più vicino, che mancasse solo un piccolo passo.
Il girone, però, chiedeva più di una partita coraggiosa. La Svezia portava fisicità e attaccanti pesanti, il Giappone velocità e organizzazione, i Paesi Bassi qualità superiore e profondità. Per passare servivano lucidità, continuità e una tenuta difensiva quasi perfetta. La Tunisia, invece, ha perso proprio ciò che storicamente avrebbe dovuto proteggerla.
L'esordio contro la Svezia ha distrutto subito il piano tunisino. La partita è cominciata come una prova di maturità e si è trasformata in una frattura. La Tunisia ha trovato anche un gol, ha provato a restare dentro la gara, ma ogni volta che la Svezia alzava il ritmo emergevano gli stessi problemi: distanze troppo ampie, marcature poco aggressive, seconde palle perse, difesa esposta agli inserimenti.
La cosa più grave non è stata la superiorità svedese, ma la facilità con cui quella superiorità si è tradotta in gol. Una squadra può perdere l'esordio e restare viva, ma quando concede così tanto nella prima partita di un Mondiale entra subito in una zona pericolosa. Il gruppo perde sicurezza, l'ambiente si accende, la stampa cerca responsabilità immediate e la seconda gara diventa un tribunale.
Il 5-1 ha avuto proprio questo effetto. Ha tolto alla Tunisia il margine di errore e ha aperto una crisi tecnica fulminea. Sabri Lamouchi, arrivato pochi mesi prima del torneo, è stato esonerato dopo una sola partita mondiale. Una scelta rarissima (ci viene in mente solo il caso passato della Spagna, ma fu a pochi giorni dall'inizio), forte, quasi disperata. Non era solo un cambio di allenatore: era il segnale che la federazione considerava già compromesso qualcosa di profondo.
Il problema è che un Mondiale non concede tempo per ricostruire. Cambiare guida tecnica tra la prima e la seconda partita può dare una scossa emotiva, ma non può correggere in pochi giorni difetti strutturali, abitudini difensive, automatismi, condizione mentale e gerarchie interne.
Hervé Renard è arrivato con il profilo ideale per una missione d'emergenza: esperienza africana, carisma, capacità di lavorare sulle emozioni, abitudine alle nazionali e ai grandi appuntamenti. Era l'uomo giusto per provare a rimettere in piedi una squadra ferita, almeno sulla carta.
Ma il contesto era quasi impossibile. Renard non ereditava una squadra in difficoltà normale; ereditava un gruppo appena travolto, con pochissimo tempo per preparare la partita successiva e con una pressione enorme addosso. La Tunisia non doveva solo cambiare atteggiamento. Doveva cambiare il senso del proprio Mondiale.
Contro il Giappone si è capito in fretta che la scossa non sarebbe bastata. Dopo pochi minuti, i giapponesi erano già avanti. Alla mezz'ora, la partita aveva preso una direzione chiarissima. La Tunisia sembrava sempre un tempo indietro: lenta nelle uscite, fragile sulle accelerazioni, poco presente sulle seconde palle. Quando provava a salire, lasciava campo; quando si abbassava, non riusciva a chiudere le linee interne.
La differenza con il Giappone è stata anche culturale, nel senso calcistico del termine. Da una parte una squadra organizzata, rapida nel palleggio, precisa negli smarcamenti e feroce nel punire gli spazi. Dall'altra una nazionale che non riusciva più a riconoscersi, né nella vecchia solidità né in un nuovo piano. La Tunisia non ha perso solo una partita: ha perso la possibilità di dare un significato al cambio di allenatore.
La sconfitta contro il Giappone ha chiuso il discorso qualificazione e ha tolto alla Tunisia anche la protezione dell'episodio. Dopo la Svezia si poteva ancora parlare di giornata sbagliata, di esordio emotivamente pesante, di errori individuali amplificati dal punteggio. Dopo il Giappone, no. Due partite così diverse, contro due avversarie con caratteristiche differenti, avevano prodotto lo stesso risultato di fondo: la Tunisia non reggeva il livello del girone.
La Presse ha usato parole molto dure, parlando di prestazione scioccante. Non era un'esagerazione giornalistica. La Tunisia aveva iniziato il Mondiale con il sogno del primo passaggio del turno e si era ritrovata eliminata prima ancora di giocare l'ultima partita. Il dato dei nove gol subiti nelle prime due gare raccontava il collasso meglio di qualsiasi commento.
Anche alcuni giocatori hanno riconosciuto apertamente la dimensione del fallimento. Ali Abdi ha chiesto scusa ai tifosi, mentre Ellyes Skhiri ha toccato un punto ancora più profondo: la necessità di riformare il calcio tunisino. Quando dopo una partita mondiale il discorso si sposta subito dal campo al sistema, significa che la ferita non riguarda solo novanta minuti.
Il Giappone, in quella serata, ha fatto sembrare semplice ciò che per la Tunisia era diventato impossibile: giocare con ordine, arrivare in area con logica, difendere correndo in avanti e non all'indietro. È stata la partita in cui la crisi ha smesso di essere tecnica ed è diventata storica.
Contro i Paesi Bassi non c'era più una qualificazione da inseguire. Restava qualcosa di meno visibile ma comunque importante: non chiudere il torneo senza una reazione. Renard aveva parlato della necessità di finire nel modo più pulito possibile, di restituire almeno un'immagine più seria dopo due sconfitte pesanti.
La Tunisia, in effetti, ha trovato un gol e ha mostrato qualche segnale di orgoglio. Hazem Mastouri ha segnato nella ripresa, dando alla partita un momento diverso rispetto alle due precedenti. Ma anche l'ultima gara ha confermato il problema principale: ogni piccola risalita veniva subito indebolita da errori, disattenzioni e fragilità nella propria area.
L'inizio è stato il peggiore possibile, con un'autorete dopo pochi minuti e un secondo gol olandese arrivato quasi subito. In una partita che avrebbe dovuto servire a ritrovare ordine, la Tunisia si è trovata ancora a rincorrere prima ancora di respirare. Il gol della ripresa ha evitato un'altra sconfitta senza segnare, ma non ha cambiato il senso della gara.
C'è stato anche un episodio quasi grottesco, con la ripresa ritardata perché la Tunisia era rientrata in campo inizialmente con un uomo in meno. Non è stato un fatto decisivo, ma nel racconto di un torneo così disordinato ha assunto un valore simbolico: una squadra che sembrava sempre rincorrere qualcosa, anche nei dettagli più semplici.
Il dato difensivo è la chiave del Mondiale tunisino. Subire dodici gol in tre partite non descrive soltanto una retroguardia in difficoltà; racconta una squadra intera che ha perso equilibrio. Le difese crollano raramente da sole. Di solito crollano perché il centrocampo non filtra, perché gli attaccanti non orientano la pressione, perché le distanze si allungano e perché ogni errore individuale nasce dentro un contesto collettivo già fragile.
La Tunisia ha pagato tutto questo. Ha concesso troppo campo tra le linee, ha difeso male l'area sui palloni laterali, è arrivata spesso in ritardo sulle seconde palle e non ha trovato un modo stabile per uscire dalla pressione. Quando provava ad alzarsi, lasciava profondità; quando restava bassa, finiva per subire volume e cross. Non c'era una zona sicura del campo.
È mancato anche il peso offensivo necessario per alleggerire la pressione. Una squadra che difende tanto può sopravvivere se riesce a tenere il pallone in avanti, guadagnare falli, costruire ripartenze credibili e far paura. La Tunisia lo ha fatto troppo poco. Il gol contro la Svezia e quello contro i Paesi Bassi sono rimasti episodi isolati, non l'espressione di una minaccia continua.
In un girone così, senza solidità dietro e senza continuità davanti, il torneo diventa una rincorsa impossibile.
La tentazione, dopo un Mondiale del genere, è cercare un colpevole solo. Lamouchi per l'esordio, Renard per non aver cambiato subito rotta, la federazione per la gestione, i difensori per gli errori, i leader per non aver trascinato il gruppo. Tutti hanno avuto una parte, ma nessuna spiegazione singola basta.
La Tunisia è arrivata al torneo con un allenatore nominato da poco, reduce anche da segnali negativi nelle amichevoli. La sconfitta pesante contro il Belgio prima del Mondiale era stata interpretata da alcuni come un incidente da dimenticare, ma probabilmente era già un avviso. Il gruppo non sembrava stabile, il progetto tecnico non era consolidato, la fiducia si è rivelata fragile appena il livello si è alzato.
Il cambio con Renard ha avuto senso come tentativo d'emergenza, ma ha anche certificato la confusione. Non si può chiedere a un allenatore di ricostruire un'identità nazionale in pochi allenamenti, soprattutto dentro una Coppa del Mondo. Renard ha portato esperienza, ma non poteva portare tempo. E il tempo era proprio ciò che la Tunisia non aveva.
Questa è forse la lezione più dura: il Mondiale non ha creato la crisi, l'ha solo resa visibile. Ha messo la Tunisia davanti ai propri ritardi, alle proprie incertezze e alla distanza tra l'ambizione storica del passaggio del turno e la realtà di una squadra non pronta a sostenerla.
Dopo l'ultima partita, Renard ha lasciato aperto il discorso sul futuro. Ha parlato della necessità di valutare, di capire, di non trasformare tutto in una decisione emotiva. È una posizione comprensibile, ma il punto vero non riguarda solo il nome del commissario tecnico. Riguarda cosa la Tunisia vuole essere nei prossimi anni.
Continuare a partecipare ai Mondiali senza superare mai il girone rischia di diventare un'abitudine frustrante. La storia della nazionale è abbastanza importante per non accontentarsi della semplice presenza, ma il torneo del 2026 ha mostrato che l'ambizione deve essere sostenuta da una struttura più solida. Servono una direzione tecnica chiara, una gestione meno reattiva, un ricambio costruito con logica e una squadra capace di difendere senza vivere costantemente sull'emergenza.
La Tunisia non esce da questo Mondiale con un episodio da rimpiangere, ma con una diagnosi. Non c'è stata la partita persa per sfortuna, il palo decisivo, il rigore negato, il punto mancato all'ultimo minuto. C'è stato un crollo distribuito su tre gare, con intensità diverse ma con la stessa radice: il livello richiesto era superiore alla tenuta reale della squadra.
Il torneo che doveva spezzare la tradizione delle eliminazioni al primo turno ha finito per rafforzarla nel modo più doloroso. Non con una delusione sottile, ma con una crisi aperta. Ed è proprio da lì che la Tunisia dovrà ripartire: non dal sogno generico di fare meglio, ma dalla consapevolezza precisa di ciò che non ha funzionato.
Partite
Le partite giocate da Tunisia a Canada, Messico e Stati Uniti 2026, suddivise per fase.
Fase a gironi
| # | Nazionale | Pt | G | V | N | P | GF | GS | DR |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 | 7 | 3 | 2 | 1 | 0 | 10 | 4 | 6 | |
| 2 | 5 | 3 | 1 | 2 | 0 | 7 | 3 | 4 | |
| 3 | 4 | 3 | 1 | 1 | 1 | 7 | 7 | 0 | |
| 4 | 0 | 3 | 0 | 0 | 3 | 2 | 12 | -10 |
Posizione 1
Paesi BassiPosizione 2
GiapponePosizione 3
SveziaPosizione 4
TunisiaRosa
La rosa associata a questa nazionale nell'edizione selezionata.
| # | Giocatore | Età | Ruolo | Club |
|---|---|---|---|---|
| — |
Chamakh Mouhib
|
24 | Portiere | Club Africain (TUN) |
| — |
Abdi Ali
|
32 | Difensore | OGC Nice (FRA) |
| — |
Talbi Montassar
|
28 | Difensore | FC Lorient (FRA) |
| — |
Rekik Omar
|
24 | Difensore | NK Maribor (SVN) |
| — |
Arous Adam
|
21 | Difensore | Kasımpaşa SK (TUR) |
| — |
Bronn Dylan
|
30 | Difensore | Servette FC (SUI) |
| — |
Achouri Elias
|
27 | Attaccante | FC København (DEN) |
| — |
Saad Elias
|
26 | Attaccante | Hannover 96 (GER) |
| — |
Mastouri Hazem
|
28 | Attaccante | FC Dynamo Makhachkala (RUS) |
| — |
Mejbri Hannibal
|
23 | Centrocampista | Burnley FC (ENG) |
| — |
Gharbi Ismael
|
22 | Centrocampista | FC Augsburg (GER) |
| — |
Ben Ouanes Mortadha
|
31 | Difensore | Kasımpaşa SK (TUR) |
| — |
Khedira Rani
|
32 | Centrocampista | 1. FC Union Berlin (GER) |
| — |
Ayari Khalil
|
21 | Centrocampista | Paris Saint-Germain (FRA) |
| — |
Hadj Mahmoud Mohamed
|
26 | Centrocampista | FC Lugano (SUI) |
| — |
Dahmen Aymen
|
29 | Portiere | CS Sfaxien (TUN) |
| — |
Skhiri Ellyes
|
31 | Centrocampista | Eintracht Frankfurt (GER) |
| — |
Elloumi Rayan
|
18 | Attaccante | Vancouver Whitecaps FC (CAN) |
| — |
Chaouat Firas
|
30 | Attaccante | Club Africain (TUN) |
| — |
Valery Yan
|
27 | Difensore | BSC Young Boys (SUI) |
| — |
Ben Hmida Mohamed Amine
|
30 | Difensore | Espérance De Tunisie (TUN) |
| — |
Ben Hessen Sabri
|
29 | Portiere | Étoile Du Sahel (TUN) |
| — |
Neffati Moutaz
|
21 | Difensore | IFK Norrköping FK (SWE) |
| — |
Chikhaoui Raed
|
21 | Difensore | US Monastir (TUN) |
| — |
Ben Slimane Anis
|
25 | Centrocampista | Norwich City FC (ENG) |
| — |
Tounekti Sebastian
|
23 | Centrocampista | Celtic FC (SCO) |
#— · Portiere
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Attaccante
#— · Attaccante
#— · Attaccante
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista
#— · Portiere
#— · Centrocampista
#— · Attaccante
#— · Attaccante
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Portiere
#— · Difensore
#— · Difensore
#— · Centrocampista
#— · Centrocampista